L’impero con Obama: Parte 1b: il linguaggio politico e i ‘principi della mafia’ delle relazioni internazionali – di Andrew Gavin Marshall

Henry Kissinger, ex Segretario di Stato e Consigliere per la Sicurezza Nazionale, era stato nominato dal presidente Reagan nei primi anni ’80 a presiedere la Commissione Centrale Bipartisan per l’America Centrale (nota come ‘Commissione Kissinger’) che era stata creata per valutare la minaccia strategica e gli interessi per gli Stati Uniti in America Centrale, dato che in molte nazioni si stavano svolgendo rivoluzioni, insurrezioni della sinistra contro i dittatori sostenuti dagli Stati Uniti, e si formavano  grandi movimenti sociali. La reazione dell’amministrazione Reagan è stata di intraprendere una massiccia guerra del terrore in America Centrale, uccidendo centinaia di migliaia di  persone e  massacrare la zona per decenni. Kissinger ha fornito la giustificazione imperiale per il fatto che gli Stati Uniti punissero i minuscoli paese dell’America Centrale per la loro “ribellione” al Padrino, quando ha scritto, nel 1983: “Se non possiamo gestire l’America Centrale…sarà impossibile convincere le nazioni minacciate nel Golfo Persico e in altre luoghi che sappiamo come gestire l’equilibrio globale.” [9] In altre parole, se l’Impero non era in grado di controllare una minuscola regione appena a sud del suo confine, come ci si poteva aspettare che esercitasse la sua influenza in altre parti del mondo?

Henry Kissinger e l’ex Consigliere per la Sicurezza Nazionale Zbigniew Brzezinski hanno presieduto insieme la Commissione per la Strategia integrata a lungo termine  – del Consiglio Nazionale di Sicurezza- Dipartimento della Difesa, voluta dal presidente Reagan, che delineava la strategia imperiale degli Stati Uniti e i loro interessi nel lungo termine e che nel 1988 ha pubblicato il rapporto Discriminate Deterrence. [Dissuasione differenziata]. Hanno scritto che gli Stati Uniti avrebbero dovuto continuare a intervenire nei conflitti in gran parte del Terzo Mondo perché “questi avevano avuto e avranno un effetto complessivo sfavorevole sull’accesso degli Stati Uniti a regioni di importanza fondamentale,” e che se tali effetti non si possono gestire “mineranno gradualmente la capacità dell’America di difendere i suoi interessi nelle regioni di importanza vitale, come il Golfo Persico, il Mediterraneo e il Pacifico Occidentale.” [10].

Osservando che la maggior parte  dei conflitti nel Terzo Mondo “erano insurrezioni, terrorismo organizzato, [e] crimini di paramilitari,” che comprendevano “forze di guerriglia” e “sovversivi armati,” riferendosi ai movimenti rivoluzionari e di resistenza, gli Stati Uniti dovrebbero riconoscere che nell’ambito di tali “conflitti a bassa intensità,” il “nemico” è fondamentalmente “onnipresente”, intendendo dire che il nemico designato dagli Stati Uniti è essenzialmente la popolazione stessa, e una porzione significativa di essa, e quindi “improbabile che si arrenda mai.” Il rapporto osservava che sarebbe necessario che gli Stati Uniti intervengano in queste guerre, perché se non facessero “noi perderemo certamente l’appoggio di molti paesi del Terzo Mondo che vogliono credere che gli Stati Uniti sono in grado di proteggere i loro amici, per non parlare poi dei loro propri interessi.” [11]

In altre parole, se gli Stati Uniti non intervengono ad annientare le rivolte, le insurrezioni, le ribellioni, o, in generale a orientare  la direzione dei ‘conflitti interni’ delle nazioni del Terzo Mondo, allora i loro governi alleati fantoccio in tutto il mondo perderanno la fede nell’abilità del Padrino/Impero di appoggiarli mantenendo le dittature locali e dominando le loro stesse popolazioni nel caso che  si mettano nei guai.  Il non intervento degli Stati Uniti danneggerebbe anche la ‘fede’ che i ‘capi’ del Padrino (oppure gli alleati imperiali come Francia e Gran Bretagna) avrebbero nella capacità degli Stati Uniti di servire i loro interessi imperiali. Se gli stati clienti o gli alleati imperiali perderanno la fede nel Padrino, allora è probabile che gli Stati Uniti non rimarranno a lungo il Padrino.

Una valutazione interna della politica di sicurezza nazionale intrapresa dall’amministrazione Bush nel 1991 è stata fatta trapelare ai media che hanno citato l’analisi del rapporto della politica imperiale degli Stati Uniti per il futuro: “Nei casi in cui gli Stati Uniti affrontino nemici molto più deboli, la nostra sfida sarà semplicemente di sconfiggerli, ma di sconfiggerli con decisione e rapidità….Per le piccole nazioni che ci sono ostili, sacrificare in un conflitto prolungato o non decisivo  le nostre forze militari o  imbarazzarci  infliggendo danni a qualche elemento cospicuo delle nostre forze può essere una vittoria sufficiente  e potrebbe minare l’appoggio politico agli sforzi degli Stati Uniti contro di loro.”[12]. in altre parole, più debole è il “nemico” e più “decisiva” e “rapida” deve essere la loro sconfitta, in modo da non “mettere in imbarazzo” l’impero e da non indebolire la sua reputazione per mantenere il potere e punire quelli che vi si ribellano. Immaginate un ladruncolo che si oppone al Padrino in segno di sfida: la sua punizione non deve essere soltanto rapida, ma deve essere severa, poiché questo  manda un messaggio agli altri.

Da allora i massimi strateghi imperiali e le agenzie governative hanno riconosciuto che la Guerra Fredda è stata poco più che una battaglia retorica tra due giganti per far progredire i loro propri interessi imperiali in tutto il mondo. Samuel Huntington uno dei più influenti studiosi di politica della fine del XX secolo, era  strettamente legato all’establishment imperiale americano e occupava  in posizioni governative di alto livello collegate alla gestione della politica estera; in una discussione nel 1981, quando si rifletteva sulle “lezioni del Viernam”, ha osservato che un “problema ulteriore per gli strateghi quando decidono che c’è un conflitto in cui “si deve intervenire o agire in qualche modo”, osservava: ” si potrebbe venderlo in modo tale da creare l’impressione sbagliata che quella che si sta combattendo è l’Unione Sovietica….Questo è quello che hanno fatto gli Stati Uniti fino dai tempi della Dottrina Truman [del 1947].” [13]

In altre parole, la preoccupazione della ‘Guerra Fredda’ in realtà non era l’Unione Sovietica, erano le popolazioni di tutto il ‘Terzo Mondo’ che cercavano l’indipendenza e la fine dell’imperialismo. Tuttavia, per intervenire in guerre dove gli interessi erano reprimere le insurrezioni popolari, le rivoluzioni, annientare i movimenti di indipendenza,  mantenere il dominio e l’assoggettamento imperiale, non si può, se si proclama di essere una società ‘libera’ e ‘democratica’ che sostiene grandi  ‘valori’ – esprimere con precisione questi interessi o le ragioni dell’intervento. Quindi, come ha osservato Huntington, gli Stati Uniti “creerebbero l’impressione sbagliata che è contro l’Unione Sovietica che si sta combattendo.” Fino a quando si è fatto in modo che  la popolazione interna temesse un nemico malevolo esterno – prima l’Unione Sovietica, e oggi il ‘terrorismo’ – allora gli strateghi riescono a giustificare e a realizzare ogni tipo di atrocità in nome della lotta al “comunismo” o ora al “terrorismo.”

Quando la Guerra Fredda si avviava ufficialmente alla conclusione, e l’Unione Sovietica stava crollando su se stessa, l’amministrazione del presidente George H.W. Bush,  ha diffuso il documento  National Security Strategy of the  United States relativo al 1990*  in cui si riconosceva che in seguito a decenni di giustificazioni di interventi militari in Medio Oriente sulla base di una lotta della Guerra Fredda tra la democrazia e il comunismo, i veri motivi dell’interevento “erano per rispondere alle minacce per gli interessi degli Stati Uniti che non potevano essere deposte sulla porta del Cremino.” Inoltre, mentre l’Unione Sovietica crolla “le preoccupazioni strategiche americane rimangono” e “continuerà la necessità di  difendere i nostri interessi.” [14]

Nel 1992, Zbigniew Brzezinski ha scritto un articolo per la rivista dell’establishment, Foreign Affairs [Affari esteri], nel quale valutava schiettamente la realtà della battaglia della ‘Guerra Fredda’ tra America e l’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche (USSR) – tra le cause della ‘liberazione’ democratica’ opposta al comunismo totalitario – scrivendo: “La politica di liberazione era una falsità strategica, programmatala in grado significativo per ragioni politiche interne….la politica era fondamentalmente retorica, nel migliore di casi, tattica.” [15]

Gli interessi imperiali americani erano stati fissati da tempo nei documenti interni del governo. In un documento del 1948 della Pianificazione della politica del Dipartimento di Stato, si riconosceva che in quel tempo gli Stati Uniti controllavano metà della ricchezza del mondo avendo soltanto il 6,3% della popolazione mondiale, e che questa  disparità avrebbe creato “invidia e risentimento.” Il compito per gli americani nel mondo, quindi, era di “mettere da parte tutti i sentimentalismi e i sogni ad occhi aperti,” e di focalizzarsi invece “sui nostri immediati obiettivi nazionali,” che voleva dire gestire la politica estera in maniera tale da “mantenere questa posizione di disparità senza detrimento significativo per la nostra sicurezza nazionale.”Avendo in mente questo obiettivo, si osservava nel rapporto, “Abbiamo bisogno di non illuderci di poter permetterci oggi il lusso dell’altruismo e di fare delle opere di bene al mondo.” [16]

In altre parole, per mantenere la “disparità” tra la ricchezza americana e quella del resto del mondo, non c’era  motivo di fare finta che i loro interessi fossero nulla di diverso. I programmatori dell’impero erano schietti nel suggerire che “non abbiamo bisogno di illuderci” riguardo ai loro obiettivi, ma non volevano implicare che non dovevano ingannare gli Americani per i quali i documenti interni non erano destinati a essere letti.

In Medio Oriente, gli interessi imperiali erano stati espressi schiettamente dalle amministrazioni di Roosevelt e Truman, che definivano la regione come “un’area dove gli Stati Uniti hanno un interesse di importanza vitale.” La ricchezza di petrolio dell’Arabia Saudita e della regione nel suo insieme si diceva che “costituisse una stupenda fonte di potere strategico, e uno dei più grossi premi materiali nella storia del mondo,” e che controllare il petrolio comporterebbe “il controllo sostanziale del mondo.” [17]

Le minacce a questi interessi sono sorte rapidamente sotto forma di Nazionalismo arabo – o ‘nazionalismo indipendente’  – rappresentato nella maniera più efficace da Gamal Abdul Nasser in Egitto, dove le nazioni cercavano di perseguire una politica sia estera che interna per i loro interessi, per occuparsi più da vicino degli interessi delle loro popolazioni piuttosto che di quelli del Padrino, e di assumere una posizione  ‘neutrale’ nella lotta della Guerra Fredda tra gli Stati Uniti e l’USSR.

Un rapporto del 1958 del Consiglio Nazionale di Sicurezza, osservava che: “Agli occhi della maggioranza degli Arabi sembra che gli Stati Uniti siano contrari alla realizzazione degli obiettivi del nazionalismo arabo, e, invece, che gli Stati Uniti stessero semplicemente “cercando di proteggere i loro interessi per il petrolio del Vicino Oriente sostenendo lo status quo” di dittatori spietati che dominano usando maniere forti su popolazioni oppresse. Questa, si osservava nel rapporto, era un’opinione precisa che i popoli arabi avevano degli Stati Uniti, affermando che “i nostri interessi economici e culturali nella zona hanno portato in modo innaturale a relazioni strette con elementi del mondo arabo il cui interesse primario  consiste nel mantenimento delle relazioni con l’Occidente e dello status quo nei loro paesi.” Inoltre, poiché gli Stati Uniti erano così strettamente alleati con le tradizionali potenze coloniali della regione – Francia e Gran Bretagna – “è impossibile evitare di identificarci in qualche modo  con il colonialismo,” si osservava nel rapporto, specialmente dal momento che “non possiamo escludere la possibilità di dover usare la forza nel tentativo di mantenere la nostra posizione nella zona. [18]

La strategia fondamentale per gli Stati Uniti dovrebbe essere stata quella di proclamare pubblicamente “l’appoggio all’ideale dell’unità araba”, ma silenziosamente “incoraggiare un rafforzamento dei legami tra Arabia Saudita, Giordania e Iraq,” tutti paesi con tiranni spietati, allo scopo di “controbilanciare la posizione preponderante della leadership dell’Egitto nel mondo arabo.” Un’altra strategia per “combattere il nazionalismo arabo fondamentalista e di tenersi con la forza, se necessario,  il petrolio del Golfo Persico” sarebbe di “appoggiare Israele come unica forte potenza filo occidentale.” [19].

In America Latina, a lungo considerata dai programmatori imperiali statunitensi, il ‘cortile’ dell’America, la “minaccia”  era molto simile a quella posta dal nazionalismo arabo. In una comunicazione del 1953 del Consiglio Nazionale di Sicurezza, si osservava che c’era “una tendenza in America Latina verso i regimi nazionalistici mantenuti in gran parte da appelli alle masse della popolazione,” e che, “c’è una richiesta popolare crescente di immediato miglioramento del basso tenore di vita delle masse.” Per gli Stati Uniti sarebbe “essenziale arrestare la deriva nella zona verso regimi estremisti e nazionalisti” che è stata “facilitata da storici pregiudizi nei riguardi degli Stati Uniti e sfruttata dai comunisti.” Per occuparsi di questa “minaccia” il Consiglio Nazionale di Sicurezza raccomandava che gli Stati Uniti appoggino “lo sviluppo di forze militari indigene e di basi locali” per incoraggiare “un’azione individuale e collettiva contro le attività sovversive interne dei comunisti e da altri elementi contrari agli Stati Uniti.” In altre parole, gli Stati Uniti devono appoggiare la repressione di popolazioni straniere. [20]

La strategia americana ha cercato quindi di opporsi ai “regimi estremisti e nazionalisti – definiti come quelli che con successo si ribellano agli Stati Uniti e ai suoi capi mafiosi – e di “mantenere la disparità tra la ricchezza dell’America e quella del resto del mondo,  e anche di continuare a controllare risorse e regioni strategicamente importanti, come il petrolio e le fonti di energia. L’America non era sola in questa lotta per il dominio globale, dato che aveva al suo fianco i suoi fidati capi mafia “alleati”, come la Gran Bretagna, la Francia, la Germania, e , in misura minore, il Giappone. Contemporaneamente altre grandi potenze come la Russia e la Cina si impegnavano in periodi di collaborazione e di competizione per estendere e mantenere l’influenza nel mondo, con conflitti occasionali che si verificavano tra di loro.

L’Istituto Internazionale di Ricerca per la Pace (IPRI – International Peace Research Institute) a Oslo, in Norvegia, ha compilato un set di dati per valutare i conflitti armati nel mondo tra il 1946 e il 2001. Per questo periodo di tempo, la ricerca dell’IPRI ha identificato 225 conflitti,163 dei quali erano conflitti interni, anche se 32  erano con “partecipanti esterni”. Il numero di conflitti nel mondo è cresciuto durante la Guerra Fredda, e dopo ha avuto un’accelerazione. [21] La maggioranza dei conflitti sono avvenuti in tre  zone estese : dall’America Centrale e dai Caraibi fino al Sud America, dall’Europa Centro-Orientale , attraverso i Balcani, il Medio Oriente e l’India fino all’Indonesia, e tutto il contenente africano. [22]

Un’altra serie di dati è stata pubblicata nel 2009 e ha rivelato numeri molto maggiori che rappresentano gli “interventi militari”. Durante l’era della Guerra Fredda dal 1946 al 1989 – un periodo di 44 anni – sono stati registrati 690 interventi, mentre nel periodo di 16 anni, dal 1990 al 2005, sono stati registrati 425 interventi militari. Le percentuali degli interventi sono quindi “aumentate nell’era post-Guerra Fredda” Come hanno notato i ricercatori, circa 16 interventi militari stranieri hanno avuto luogo ogni anno durante la Guerra Fredda, paragonati alla media di 26 interventi militari all’anno nel periodo seguito alla Guerra Fredda. [23]

Gli interventi fatti dalle “maggiori potenze”(Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Unione Sovietica/Russia, e Cina) sono aumentati da una media di 4,3 all’anno durante la guerra fredda, a 5,6 all’anno nel periodo seguito alla Guerra Fredda. La maggior parte di questi interventi sono attribuiti agli Stati Uniti e alla Francia, considerando che le cifre della Francia vengono esclusivamente dai suoi interventi nell’Africa sub-sahariana. Durante il periodo della Guerra Fredda, le cinque maggiori potenze rappresentano quasi il 28% di tutti gli interventi militari        con in testa gli Stati Uniti con 74, seguiti dal Regno Unito con 38, dalla Francia con 35, dall’Unione Sovietica con 25, e dalla Cina con 21. [24]

Nel periodo seguito alla Guerra Fredda (1990-2005), la maggiori potenze rappresentavano il 21,2% degli interventi militari totali, con in testa gli Stati Uniti con 35, seguiti dalla Francia con 31, il Regno Unito  con 13, la Russia con 10, e la Cina con 1. Gli interventi degli stati dell’Europa occidentale sono cresciuti notevolmente nel periodo seguito alla Guerra Fredda, “quando le ex potenze coloniali incrementavano il loro impegno nell’Africa sub-sahariana,” non soltanto la Francia, ma anche il Belgio e la Gran Bretagna. [25].

Nel frattempo, la reale quota della ricchezza globale è stata in quasi continuo declino dalla fine della II Guerra Mondiale. Nel 2012 gli Stati Uniti controllavano grosso modo il 25% della ricchezza mondiale, paragonato il circa  50% del 1948. [26] Le ricche nazioni del mondo, rappresentate in gran parte dalle nazioni del Gruppo dei 7 (G7): Stati Uniti, Giappone, Germania, Regno Unito, Francia, Italia e Canad – per circa 200 anni avevano controllato la maggior parte della ricchezza del mondo. [27] Nel 2013, le 34 “economie avanzate” del mondo (compresa l’area europea del G7, e Taiwan, Hong Kong, Singapore e Corea del Sud) sono state superate per la prima volta da altre 150 nazioni del mondo definite “emergenti” o “economie “in via di sviluppo”. [28].

E così, mentre l’Impero americano-occidentale può essere più globalmente esteso o tecnologicamente avanzato, come mai prima, il mondo stesso è diventato più complicato da governare, con l’ascesa  dell’Oriente ( cioè  Cina e India) e l’aumento di agitazioni  in tutto il globo. Come aveva osservato  Zbigniew Brzezinski  nel 2009,  gli stati più potenti del mondo “affrontano una realtà insolita: mentre la letalità delle loro forze armate può essere più grande di sempre, la loro capacità di imporre il controllo sulle masse che si sono risvegliate politicamente, è al suo minimo     storico. Per dirla francamente:  nei tempi precedenti era più facile controllare un milione di persone che ucciderne fisicamente un milione; oggi è infinitamente più facile uccidere un milione di persone che controllare un milione di persone.” [29].

*E’ un documento preparato periodicamente dal ramo esecutivo del governo  degli USA per il Congresso che delinea le principali preoccupazioni per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti e i modi in cui l’amministrazione programma di trattarli, n.d.t.  Da: http://en.wikipedia.org/wiki/National_Security_Strategy_(United_States)

Note

[9] Edward Cuddy, “America’s Cuban Obsession: A Case Study in Diplomacy and Psycho-History,” The Americas (Vol. 43, No. 2, October 1986), page 192. [L'ossessione  dell'America per Cuba:      di diplomazia e storia psiclogica]

[10] Fred Iklé and Albert Wohlstetter, Discriminate Deterrence (Report of the Commission on Integrated Long-Term Strategy), January 1988, page 13. (Rapporto della Commissione sulla Strategia integrata a lungo termine)

[11] Ibid, page 14.

[12] Maureen Dowd, “WAR IN THE GULF: White House Memo; Bush Moves to Control War’s Endgame,” The New York Times, 23 February 1991: [LA GUERRA NEL GOLFO: Memorandum della Casa Bianca; Bush si muove per controllare la fase finale delle guerre.]

http://www.nytimes.com/1991/02/23/world/war-in-the-gulf-white-house-memo-bush-moves-to-control-war-s-endgame.html?src=pm

[13] Stanley Hoffmann, Samuel Huntington, et. al., “Vietnam Reappraised,” International Security (Vol. 6, No. 1, Summer 1981), page 14. [Il Vietnam riconsiderato]

[14] National Security Strategy of the United States (The White House, March 1990), page 13. [La strategia della sicurezza nazionale degli Stati Uniti ]

[15] Zbigniew Brzezinski, “The Cold War and its Aftermath,” Foreign Affairs (Vol. 71, No. 4, Fall 1992), page 37. [La Guerra Fredda e il periodo successivo ]

[16] George F. Kennan, “Review of Current Trends U.S. Foreign Policy,” Report by the Policy Planning Staff, 24 February 1948. [Rapporto dello staff per la pianificazione politica]

[17] Andrew Gavin Marshall, “The U.S. Strategy to Control Middle Eastern Oil: “One of the Greatest Material Prizes in World History”,” Andrewgavinmarshall.com, 2 March 2012: [La strategia degli Stati Uniti per controllare il petrolio del Medio Oriente; Uno dei più grandi premi materiali nella storia del mondo.

http://andrewgavinmarshall.com/2012/03/02/the-u-s-strategy-to-control-middle-eastern-oil-one-of-the-greatest-material-prizes-in-world-history/

[18] Andrew Gavin Marsha, “Egypt Under Empire, Part 2: The ‘Threat’ of Arab Nationalism,” The Hampton Institute, 23 July 2013: [ L'Egitto durante l'impero, parte II, La 'minaccia' del Nazionalismo arabo]

[19] Ibid.

[20] Andrew Gavin Marshall, “The American Empire in Latin America: “Democracy” is a Threat to “National Security”,” Andrewgavinmarshall.com, 14 December 2011: [L'impero americano in America Latina: la "democrazia è una minaccia alla "Sicurezza Nazionale"].

http://andrewgavinmarshall.com/2011/12/14/the-american-empire-in-latin-america-democracy-is-a-threat-to-national-security/

[21] Nils Petter Gleditsch, Peter Wallensteen, Mikael Eriksson, Maragreta Sollenberg, and Havard Strand, “Armed Conflict 1946-2001: A New Dataset,” Journal of Peace Research (Vol. 39, No. 5, September 2002), page 620. [Il conflitto armato: una nuova serie di dati].

[22] Ibid, page 624.

[23] Jeffrey Pickering and Emizet F. Kisangani, “The International Military Intervention Dataset: An Updated Resource for Conflict Scholars,” Journal of Peace Research (Vol. 46, No. 4, July 2009), pages 596-598.

[24] Ibid.

[25] Ibid.

[26] Robert Kagan, “US share is still about a quarter of global GDP,” The Financial Times, 7 February 2012: [ La quota degli Stati Uniti è ancora circa un quarto del PIL globale]

http://www.ft.com/cms/s/0/d655dd52-4e9f-11e1-ada2-00144feabdc0.html#axzz2euUZAiCV

[27] Chris Giles and Kate Allen, “Southeastern shift: The new leaders of global economic growth,” The Financial Times, 4 June 2013: [Il cambiamento del Sud Est: i nuovi leader della crescita economica globale]

http://www.ft.com/intl/cms/s/0/b0bd38b0-ccfc-11e2-9efe-00144feab7de.html?siteedition=intl#axzz2euUZAiCV

[28] David Yanofsky, “For The First Time Ever, Combined GDP Of Poor Countries Exceeds That Of Rich Ones,” The Huffington Post, 29 August 2013: [Per la prima volta in assoluto il PIL complessivo dei paesi poveri supera quello dei paesi ricchi]

http://www.huffingtonpost.com/2013/08/28/gdp-poor-countries_n_3830396.html

[29] Zbigniew Brzezinski, “Major Foreign Policy Challenges for the Next US President,” International Affairs, 85: 1, (2009), page 54. [Importanti sfide di politica estera per il prossimo presidente degli Stati Uniti]

Da: Z Net – Lo spirito della resistenza è vivo

www.znetitaly.org

Fonte: http://www.zcommunications.org/empire-under-obama-part-1-political-language-and-the-mafia-principles-of-international-relations-by-andrew-gavin-marshall

Originale: The Hampton Institute

Traduzione di Maria Chiara Starace

Traduzione © 2013  ZNET Italy – Licenza Creative Commons  CC  BY – NC-SA  3.0

Fonte:http://znetitaly.altervista.org/art/12747
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