Divi di stato – Le balle spaziali di Hollywood 1 Parte – di John Kleeves

La realtà degli Stati Uniti ha molti lati negativi, sia nei suoi aspetti attuali che storici. A chi  la conosce, anche poco, ma quel poco con esattezza, immancabilmente capita prima o poi  di notare come la filmografia di tale paese – per antonomasia Hollywood – sia al riguardo  puntualmente mistificatoria. Non in modo plateale: i film di Hollywood non stravolgono  completamente i fatti né fanno omissioni evidenti per i non iniziati. Con disinvoltura essi  evitano di citare gli eventi più significativi, o dei particolari rivelatori, e distorcono i fatti  quel tanto che basta per indurre lo spettatore a trarre conclusioni sbagliate su certe  situazioni, o comunque a non trarre quelle giuste. Gli esempi sono infiniti. 

La società americana

Prendiamo la società americana. Com’è, in breve ma con esattezza, quella società? E’ una  società dove gli individui lottano accanitamente per arricchirsi, dove quelli che non ce la  fanno cominciano a lottare accanitamente per sopravvivere e gli altri non ne hanno mai  abbastanza di ingegnarsi a mostrare il loro successo. E’ una società spietata, oltremodo  selettiva secondo il suo criterio, che distrugge innumerevoli schiere dei suoi componenti.

Le statistiche parlano chiaro. Su un totale di 240 milioni di abitanti i poveri sono 30 milioni  per il governo e 60 milioni per gli istituti privati. Non si tratta di “poveri” solo rispetto ad  uno standard elevato: non possono permettersi di curarsi, ed infatti hanno una vita media  di 10 anni più breve della media; anche il sangue che vendono nei laboratori privati  presenti in ogni cittadina, che può fruttare sino a 80 dollari al mese, non aiuta.

Nella vasta  area interna dei monti Appalaci, che tocca cinque Stati ed è abitata praticamente solo dai  bianchi anglosassoni, ci sono episodi di denutrizione fra i bambini. Gli homeless sono circa  4 milioni (il governo li calcola in 250.000, che sono invece solo gli homeless anche malati di  mente). In maggioranza bianchi anglosassoni, sono persone che hanno perso il lavoro e  non ne hanno trovato un altro in tempo utile: sia che fossero in affitto o avessero contratto  un mortgage bancario sulla casa, in breve si trovano sulla strada. Può anche essersi trattato  di un problema di salute: ogni anno circa un milione di persone negli USA va in bancarotta per le spese mediche.

Intere famiglie sono homeless: vivono nella loro auto, addosso alla quale cominciano ad erigere tende e cartoni; allontanati da un sito all’altro finiscono per ritrovarsi nelle car cities o nelle tent cities, la più grande delle quali è presso Van Nuys, un sobborgo di Los Angeles.

Ogni inverno circa 1.000 homeless muoiono per il freddo. Gli street kids riflettono il disagio delle famiglie povere americane: sono minori dagli 8 ai 14 anni, dei due sessi, che fuggono di casa e che si ritrovano in gruppetti nelle grandi città dove per sopravvivere in genere si prostituiscono ad adulti che li cercano incessantemente (gli street kids fanno survival sex con i chicken hawks).

Fra rientri e nuove fughe il loro numero è costante da molti anni ed è calcolato in “più di un milione”. Ogni anno circa 5.000 street kids muoiono per percosse, stenti o malattie, frettolosamente fatti seppellire in tombe anonime dalle autorità municipali; molti hanno l’AIDS (il 40% di quelli che vivono a New York City, si calcola). L’infanzia difficile non si concilia con la scuola:

ci sono così negli USA 27 milioni di analfabeti, persone che scelgono le scatolette di cibo in base ai disegni, per i quali comunque sviluppano una memoria sicura. I migrant workers sono circa 5 milioni: sono lavoratori agricoli stagionali che passano la vita spostandosi da un campo di pomodori a uno di meloni su vecchie auto o furgoncini, le loro case. Tre milioni di nuclei familiari – anche numerosi, di cinque o sei persone – vivono nei trailers, che sono cassoni in alluminio e polistirolo da 2,2 x 6-10 metri montati su ruote gommate e parcheggiati per sempre in campi di periferia, che diventano trailer parks. Quantità ancora maggiori vivono negli slums, quartieri degradati e pericolosissimi presenti in ogni città, in genere in zone periferiche abilmente tagliate fuori dalla viabilità, perché i turisti non le vedano o qualcuno non ci si avventuri per sbaglio.

Ogni anno mediamente il 17% delle famiglie americane trasloca, seguendo il lavoro là dove lo trova, anche mille miglia distante. Madri single e desolate sono spesso costrette a vendere i loro neonati, come la legge americana in verità permette: al posto del pagamento delle spese del parto, circa 3.000 dollari, firmano in ospedale un certificato di cedimento in adozione ed il neonato finisce ad una coppia, la quale spende in totale sui 20.000 dollari. Roseanne Barr, la protagonista del serial televisivo Roseanne, in gioventù ebbe problemi e diede in adozione la figlia, che ora vive in Texas. Questo è per sommi capi il risvolto umano della curva di distribuzione della ricchezza negli Stati Uniti, dove meno dell’l% della popolazione detiene più del 50% della medesima e dove il resto non è diviso molto più equamente.

Gli stenti economici si trasformano in criminalità e disagi psicologici. Il livello di criminalità americano è giustamente leggendario e basti il numero di omicidi: dai 25 ai 30.000 all’anno; nella capitale Washington, che ha circa gli abitanti di Bologna, avvengono sui 400 omicidi all’anno.

Per i problemi psicologici si può dire che negli Stati Uniti vi sono 27 milioni di alcolizzati, 18 milioni di consumatori di droghe leggere, da 4 a 8 milioni di cocainomani e 500.000 eroinomani, mentre uno studio condotto nel 1984 dal National Institute of Mental Health concludeva che il 19% della popolazione adulta americana era da considerarsi mentalmente malata dal punto di vista clinico. Anche i suicidi sono dai 25  ai 30.000 all’anno.

Dietro la maschera

Guardando un film di Hollywood ambientato negli States contemporanei ha mai lo spettatore la sensazione di una realtà del genere? Certamente no. I particolari che sarebbero solo di per sé rivelatori sono accuratamente evitati.

Così in nessun film americano si vedono street kids o intere, normali famiglie composte da padre, madre e figli che vivono in automobili; mai è presentata la situazione della persona che non può curarsi per mancanza di soldi e che è respinta da medici e ospedali per quello; mai si vedono homeless o comunque poveri che vendono sangue e sperma per 20 dollari; mai si vedono tent cities o trailer parks; mai si vedono donne che cedono i loro figli in cambio del pagamento della retta ospedaliera.

Il resto è mostrato tutto, ora questo ora quello a seconda delle esigenze del copione: slums, barboni, braccianti nomadi e così via. Il contesto e il modo in cui tali topiche sono presentate, però, non permettono allo spettatore di rendersi conto del loro reale significato, della drammatica portata che hanno nella società americana. Il che viene ottenuto suggerendo allo spettatore altre opzioni, rivolgendosi al suo subconscio con ammiccamenti vari. I barboni, ad esempio, se inseriti sullo sfondo per un tocco di “realismo” sono sempre stesi a terra ubriachi o drogati; se sono in piedi e parlano sono dei pazzi o dei mentecatti; lo spettatore così conclude che gli homeless americani sono tutti dei portatori di gravi difetti che si trovano in difficoltà per una qualche loro colpa, o dei malati che preferiscono vivere in una scatola di cartone piuttosto che in un istituto.

Se l’homeless del film ha una parte nella vicenda e non gli si attribuiscono colpe specifiche, allora lo è per sua scelta, per via della sua personalità di irriducibile ribelle, come un personaggio di Pian della Tortilla. Questo è anche il caso dei migrant workers, presentati come dei solitari che passano da un ranch all’altro perché così a loro piace; se si portano dietro una famiglia allora sono sempre dei chicanos, immigrati abituati a miserie peggiori.

Rarissimo vedere un trailer in un film americano; comunque quando c’è non è mai inserito in un trailer park, è sempre seminuovo e abitato da un single di indole sportiva, o da un criminale. Altre situazioni presentate da Hollywood sembrerebbero a prima vista sicure rivelatrici di una realtà sociale spietata, come ad esempio il caso dell’impiegato che viene licenziato e che diventa homeless. Ma nella vicenda sono sempre inseriti elementi di inverosimiglianza, che inducono lo spettatore a concludere che la situazione non è stata tratta dalla realtà, ma inventata apposta per confezionare una storia e farlo divertire.

C’è poi un arma segreta, che risolve ogni situazione: l’immancabile lieto fine di Hollywood. Con il lieto fine si può presentare quasi qualunque dramma:

innanzitutto esso rappresenta di per sé un’inverosimiglianza, che ha l’effetto appena detto, e alla peggio lascia nello spettatore l’impressione che la società americana può avere sì delle durezze, può creare delle difficoltà, ma che queste sono sempre temporanee e dopo un po’ tutto si risolve per il meglio.

La politica interna americana

Discorso analogo per la politica interna americana. Gli Stati Uniti, ben lungi dall’essere una democrazia, sono una evidentissima oligarchia basata sulla ricchezza. L’establishment oligarchico comprende circa un quarto della popolazione ed esercita la sua dittatura attraverso un sistema elettorale che non pone limiti ai finanziamenti privati e che di fatto esclude dal voto gli strati più poveri della popolazione: alle elezioni statali, dalle quali dipende in concreto la vita dei cittadini (gli USA non sono uno Stato; sono una federazione) non partecipa mai più del 35/40% degli aventi teoricamente diritto, per una serie di ostacoli pratici che sono frapposti, e a quelle presidenziali mai più del 50/55%.

Politici e media americani chiamano la loro una One man one vote democracy; il popolino la chiama One dollar one vote. Nel tempo mai meno dell’80% dei componenti del Senato federale è stato costituito da miliardari in persona; analogamente sono in genere gli eletti a cariche federali importanti ed i capi di dipartimenti federali. La politica seguita dall’establishment oligarchico è conforme ai suoi soli interessi e va a detrimento di quelli di larghi strati della popolazione. Questi capiscono la situazione – come no – e vorrebbero protestare, ma non si può perché negli USA c’è la prevenzione e la repressione del dissenso. La prima viene eseguita tramite la Retorica di Stato imposta nelle scuole e ad ogni livello della vita pubblica, e tramite lo stretto controllo del mondo mediale; per la repressione parlano i circa 10.000 detenuti politici che ci sono nelle carceri americane (dove c’è anche qualche straniero, come Silvia Baraldini ad esempio).

Tutto avviene all’atto pratico, e tutto all’esatto contrario di quanto e’ scritto: la libertà di parola e di espressione garantita dal Quinto Emendamento vale solo per il perfezionamento dello status quo, non certo per metterlo in discussione.

Hollywood ha mai prodotto un film che trasmettesse la sensazione di tale stato di cose? Tutt’altro. Il sistema americano è presentato come una vera democrazia, dove la partecipazione popolare è addirittura capillare. Ci sono però evidenti disfunzioni in questa democrazia e Hollywood non fa l’errore di fingere di ignorarle.

Si ricorre allora a due capri espiatori fissi: le mancanze personali di qualche personaggio politico, la sua corruzione o ambizione, e lo strapotere di un mondo mediale cinico e irresponsabile (il Quarto potere), che rappresentano entrambi l’elemento umano che ogni tanto guasta un sistema altrimenti perfetto. Prendiamo la storia americana.

Inutile cercare nei film di Hollywood una qualche verità completa in merito. La Guerra di Indipendenza del 1776 fu dovuta a contrasti commerciali fra i grandi mercanti del New England ed i grandi latifondisti negrieri del Sud da una parte e la Gran Bretagna dall’altra, ed è tuttora controverso se una maggioranza del popolo coloniale vi fosse favorevole; in effetti, finita la guerra, per evitare ritorsioni circa 100.000 americani si rifugiarono parte in Gran Bretagna e parte in Canada, dove fra l’altro originarono la parte tuttora anglofona del paese.

Per Hollywood invece si trattò di una insurrezione per ottenere la libertà, spontanea e costellata di episodi di eroismo popolare (non ve ne fu uno). Per i neri il periodo dello schiavismo, durato nel New England dal 1630 al 1780 e nel Sud dal 1619 al 1865, fu tremendo. Per averne un’idea basta considerare che ai loro schiavi i padroni facevano anche strappare i denti, assai ricercati per le dentiere (nel 1787, a Richmond, per un incisivo si pagavano due ghinee; anche George Washington aveva una dentiera fatta con denti umani).

Ma non è questa la situazione presentata da Via col vento, che addirittura suggerisce rapporti idilliaci fra gli schiavi e i loro padroni. Nessun film di Hollywood, inoltre, ha mai dato un’idea della dimensione della tragedia che fu per l’Africa lo schiavismo americano: mentre gli schiavi giunti a una qualche destinazione, che nell’80% dei casi erano appunto gli Stati Uniti, furono sui 3 milioni, nel periodo dello schiavismo la popolazione dell’Africa calò di circa 50 milioni di unità. Anche le persecuzioni cui furono soggetti i neri degli Stati Uniti con la segregazione razziale non sono mai state proposte da Hollywood nel loro vero volto: nel solo anno 1914 furono linciati 1.100 neri negli Stati Uniti, ora qua e ora là, ma trascorsi del genere certamente non emergono in Indovina chi viene a cena?.

Lo sterminio degli Indiani…

Solo una fu la volontà degli americani nei confronti dei “loro indiani”: sterminarli. In quella parte dell’America che sono ora gli Stati Uniti gli Indiani erano almeno 5 milioni nel 1630, e ne furono contati 250.000 al censimento generale dell’anno 1900. Inizialmente gli indiani statunitensi, come del resto quelli del continente, furono decimati dalle epidemie che i bianchi si portavano dietro; ma poi furono volontariamente sterminati, come invece nel resto del continente non successe. Ciò si verificò nel lungo arco di tempo che va dal 1634 al 1890.

Innanzitutto gli americani, appena si accorsero che gli indiani non resistevano alle epidemie, cominciarono a diffonderle negli accampamenti distribuendo coperte infettate col vaiolo, che raccoglievano nei loro ospedali nel corso delle ricorrenti epidemie (il vaiolo era endemico nelle colonie, ma faceva poche vittime fra i bianchi). Il sistema, inaugurato dai Puritani della Massachusetts Bay Colony dopo il 1630, fu usato qualche volta anche dai governatori inglesi e poi dal Congresso statunitense sin oltre la metà dell’Ottocento.

Quindi ci furono i massacri, che avvennero tutti secondo lo stesso copione: attacchi di sorpresa ad accampamenti eseguiti di norma quando i maschi adulti – i “guerrieri” – erano assenti. Il primo avvenne nel 1634 in Connecticut, quando i Puritani, guidati da John Winthrop, di notte incendiarono un accampamento di Pequot e spararono sugli indiani che uscivano dalle tende, uccidendone circa 700 e vendendo i sopravvissuti come schiavi. L’ultimo fu a Wounded Knee nel 1890, quando il VII reggimento di cavalleria sterminò un intero villaggio nel quale si trovavano 200 persone fra donne, vecchi e bambini, e nessun uomo adulto; le Giacche Blu persero 29 uomini, caduti dacavallo durante la carica. Fra i due, innumerevoli episodi del tutto analoghi.

Ma il grosso dello sterminio fu eseguito affamando gli indiani a morte. Ingannati dai trattati (entro il 1880 ne furono conclusi più di 400, nessuno dei quali rispettato dal vari Congressi e Presidenti), gli indiani finivano in riserve inospitali, dove gli stenti li decimavano. Dal 1850 al 1875 il Congresso fece sterminare i bisonti, sui quali soli si sostenevano gli indiani delle praterie centrali: erano sugli 80 milioni nel 1850 e ne furono contati 541 nel 1889, ridotti nel 1911 a due nello zoo di Chicago (tutti gli attuali bisonti di Yellowstone discendono da quei due, un maschio e una femmina). C’erano poi i coloni americani; che dove andavano si liberavano degli Indiani locali avvelenando i pozzi d’acqua e assoldando “uccisori d’indiani” per far aumentare di valore le concessioni acquistate dalle grandi società immobiliari del New England (finito il lavoro, gli “uccisori” si davano in genere al banditismo).

…visto da Hollywood

Come racconta Hollywood questa storia? Come sappiamo, mostrando gli indiani cattivi che attaccano pacifici coloni e dolcissime colone dagli occhi celesti. Era vero, c’erano tali attacchi ed efferatezze, ma il contesto di provocazioni mortali cui erano soggetti gli indiani non è mai intuibile; eppure era il nocciolo della vicenda.

Ultimamente Hollywood ha prodotto dei western che hanno fatto pensare ad un suo ripensamento sul ruolo degli indiani, da carnefici a vittime come in effetti erano. Citiamo ad esempio Soldato blu, Un uomo chiamato cavallo, Piccolo grande uomo, Balla coi lupi, più qualche altro. In essi non c’è nessun ripensamento, solo un affinamento della mistificazione, insostenibile ormai nei termini passati.

La logica implicita di tali film è che i problemi degli indiani nacquero da equivoci, da incomprensioni fra due popoli così diversi; qualche volta nacquero da singoli americani cattivi, troppo avidi, o anche da singoli indiani o da singole tribù ingiustificatamente bellicose. I massacri sono presentati come episodi, tragici, ma sempre tali.

Prendiamo Balla coi lupi. Nella parte centrale dedicata alla vita della pacifica tribù Sioux è obiettivo, ma all’inizio si vedono dei guerrieri Pawnee che uccidono un civile bianco; il che lascia pensare che quei Pawnee avessero riservato la stessa sorte ad altri bianchi, magari delle famiglie di coloni, giustificando così l’intervento massiccio dei soldati nel finale, che inevitabilmente se la prendono anche con i Sioux.

In pratica questa mistificazione di Hollywood che potremmo definire dell’ultima generazione è analoga a quella da sempre eseguita in Italia nei fumetti di Tex Willer, dove la colpa è sempre dell’agente della riserva corrotto, del generale ottuso o del “pezzo grosso” di Washington.

Per inciso sarebbe interessante sapere se gli autori di Tex abbiano compiuto tale disinformazione intenzionalmente, e se sì spinti da chi e in cambio di che cosa.

Le guerre sante degli USA

La Guerra Civile del 1861-1865 fu dovuta a dissidi sulla politica economica federale fra il grande capitalismo del Nord commerciale e industriale ed il grande latifondismo del Sud agricolo e negriero.

Il problema era effettivamente lo schiavismo, ma non per ragioni morali: per ragioni economiche. Hollywood non ha mai messo in dubbio le ragioni morali del conflitto. Venendo alla Prima Guerra Mondiale, gli Stati Uniti vi entrarono per salvare la Balance of Power in Europa, minacciata dagli Imperi Centrali, Balance che era necessaria agli Stati Uniti per continuare a condurre con profitto i loro commerci internazionali. Hollywood – e ricordo qui Il sergente York – presentò certamente la partecipazione americana come un suo volontario e disinteressato contributo alla causa della libertà nel mondo.

Analogamente per la Seconda Guerra Mondiale, cui gli Stati Uniti parteciparono ancora per salvare la Balance of Power in Europa minacciata questa volta da Hitler e Mussolini, e in più per salvare il Mercato dell’Oriente minacciato dal Giappone.

Non uno degli infiniti film prodotti da Hollywood su questo tema mette in dubbio che la partecipazione americana non fosse dovuta ad un volontario e disinteressato contributo alla causa della libertà nel mondo.

Nella Seconda Guerra Mondiale gli Stati Uniti introdussero due novità clamorose, due cose mai viste prima nella Storia:

la Guerra alle Popolazioni Civili e la Guerra per il Dopoguerra.

Entrambe le novità vanno comunemente sotto il nome di Guerra Totale, ma sono due cose distinte. La Guerra alle Popolazioni Civili consiste nel sottoporre il governo della nazione avversa al seguente ricatto:

o ti arrendi o io stermino la tua popolazione civile, o almeno cerco di farlo.

La Guerra per il Dopoguerra consiste nel portare distruzioni nelle strutture economiche della nazione avversa allo scopo non di diminuire la sua capacità di mantenere le sue forze armate – cosa impossibile da ottenere se queste stesse non sono già state battute sul campo e quindi la guerra già vinta -, ma di rendere la nazione stessa economicamente dipendente nel dopoguerra, e in particolare, se tale era il caso, non più un concorrente commerciale sui mercati internazionali.

Entrambi gli obiettivi furono perseguiti dagli Stati Uniti tramite i bombardamenti aerei. Il primo obiettivo fu perseguito tramite il bombardamento a tappeto delle più alte concentrazioni di civili (le città naturalmente, ad esempio Dresda e Tokyo, dove furono uccisi rispettivamente 300.000 e 100.000 civili); contro il Giappone, appena pronte, furono anche usate le bombe nucleari gettate su due delle poche città risparmiate dai bombardamenti convenzionali appunto nella previsione dell’utilizzo della nuova arma.

Il secondo obiettivo fu perseguito col bombardamento di industrie di nessuno scopo militare (quelle con uso militare erano difese) e di infrastrutture civili in generale: ponti, ferrovie, dighe, centrali elettriche, acquedotti, fornaci ecc. I massicci bombardamenti convenzionali americani e l’uso delle bombe atomiche sul Giappone furono topiche clamorose della Seconda Guerra Mondiale e non potevano essere ignorati da Hollywood.

Ma come li presentò? Non suggerì certo la loro natura strumentale per la Guerra alle Popolazioni Civili e per la Guerra per il Dopoguerra.

No: i bombardamenti convenzionali servivano per distruggere qualche importantissima fabbrica di materiale militare, e le perdite civili erano degli incresciosi inconvenienti, mentre le bombe nucleari servivano, quelle si, per chiudere una partita tramite incredibili macellazioni di civili, ma contro un avversario previamente dipinto come disumano.

Le guerre di Corea e del Vietnam furono fatte dagli Stati Uniti per salvare il salvabile del Mercato dell’Oriente dopo la perdita della Cina, nonostante tutti gli sforzi diventata comunista nel 1949.

Per Hollywood gli Stati Uniti vi parteciparono perché invocati da popoli locali che volevano difendere la loro libertà minacciata dai comunisti disumani. Ma, come successo per gli indiani, le verità che andavano mano a mano rivelandosi su quei conflitti, in particolare del Vietnam, imposero a Hollywood una maggiore sofisticazione. Così dopo i film apologetici dell’intervento statunitense, il cui apice fu raggiunto con Berretti Verdi, cominciarono ad essere realizzati film in qualche modo critici dell’operato statunitense, come Apocalypse Now, Platoon, Il cacciatore e altri. Ma sono film solo apparentemente critici, perché nessuno di loro, mai in nessun caso, mette il dito nella vera piaga:

la natura neocoloniale della guerra del Vietnam. Apocalypse Now, addirittura, con l’aria di criticarlo elogia il governo statunitense: i soldati sul campo, esasperati da un avversario difficile, volevano “la bomba” ma lui seppe resistere. I particolari rivelatori continuano naturalmente ad essere omessi. Ad esempio, nessuna rievocazione filmica del massacro di My Lai, avvenuto il 16 marzo 1968 nel Vietnam del Sud, quando la compagnia “Charlie” sterminò i 500 abitanti del villaggio, composti al momento solo da vecchi, donne e bambini (gli uomini erano fuori alla pesca); nessun accenno che i defolianti coi quali fu irrorato un settimo del territorio sud vietnamita, ben lungi dal servire per scoprire i Viet Cong, che infatti stavano sotto terra, servivano invece per distruggere le foreste di alberi della gomma che nella previsione di dover abbandonare il paese – avrebbero fatto concorrenza a quelle possedute in Indonesia da un paio di multinazionali statunitensi del settore (altro mirabile esempio di Guerra per il Dopoguerra).

Consideriamo l’America Latina ed il suo miserevole stato:

ovunque – ad eccezione di Cuba – governi corrotti o dittatori mentecatti, e miseria, disperazione e degradazione umana nella grande maggioranza della popolazione. Nella storia e anche nell’attualità di ogni paese latinoamericano ci sono stragi incredibili:

400.000 morti in Colombia, seguiti al Bogotazo del 1948; 300.000 morti in El Salvador dal 1960 ad oggi; fra 100.000 ed 1.000.000 di morti in Brasile negli anni seguenti al colpo di Stato del 1964; 100.000 morti in Guatemala dal 1980 al 1988; 50.000 morti in Nicaragua nello stesso periodo; 30.000 morti in Cile seguenti al golpe del 1973; e cose analoghe dalle altre parti, in Argentina, Uruguay, Bolivia, Perù ecc. E questo perché i paesi dell’America Latina sono delle colonie di fatto degli Stati Uniti, che per avervi dei governi succubi come si vuole ai desideri delle loro multinazionali creano colpi di Stato e ricorrenti repressioni.

Come racconta la storia Hollywood? La racconta con il film Il dittatore dello stato libero di Bananas, che nel fare la parodia delle dittature latinoamericane suggerisce che sianodovute unicamente all’indole dei locali, gente buffonesca, ma stupida e violenta.

(Segue)

Fonte:http://byebyeunclesam.files.wordpress.com/2010/09/divi_stato.pdf
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