Un’opera emblematica dell’arte moderna: l’orinatoio di Duchamp – di A&B

Gia’ apparso su questo sito in data:10 novembre 2015 da Il nodo gordiano

 

L’“opera” da cui prende le mosse questo scritto è considerata dai critici uno dei capolavori i più significativi del XX° secolo. E questo la dice lunga riguardo al profondo degrado intellettuale che si è raggiunto.  Quest’“opera”, ammesso che la si possa definire tale, dato che il suo “autore” non ha minimamente operato sulla materia, non ha dipinto, né scolpito, vede solo impresso il suo marchio distintivo, Mutt 1917  (pseudonimo di Marcel Duchamp) sul bordo. Da un certo punto di vista si potrebbe comunque concordare con quanti ritengono l’orinatoio di Duchamp un capolavoro assoluto, sempre che però si consideri quest’“opera” quale emblema dello spirito moderno in tutta la sua decadente  e grottesca esaltazione dell’individualismo: questo orinatoio infatti è stato individuato, scelto, firmato, fatto che gli conferirebbe una paternità. Per quanto ardita può sembrare la comparazione, desideriamo comunque avvalercene per evidenziare quanto ci si è allontanati dalla concezione medioevale, ma più semplicemente tradizionale dell’arte, per cui il Maestro non firmava mai il suo manufatto. In quel periodo storico, il Medioevo appunto, dai moderni definito data la loro atrofia cerebrale che impedisce qualsiasi comprensione, età oscura, l’individualità era solo il supporto mediante il quale la Verità si manifestava ispirando l’artista e consentendogli di realizzare un’opera concreta: un simbolo che trasmetteva un insegnamento di carattere spirituale. Non si tratta dunque di esprimere sé stessi, ma di permettere alla Verità di rivelarsi; per tale ragione l’opera non poteva essere firmata, poiché in definitiva tale azione sarebbe risultata contraddittoria, non potendo essere attribuita, rigorosamente parlando, ad alcun individuo la realizzazione di un capolavoro. Così come il pennello è lo strumento del pittore, costui deve essere il docile strumento nella mano dell’Artefice Divino. Conseguentemente l’idea di ispirazione non era certo paragonabile a quella  dei moderni che attraverso un’amplificazione sempre più esagerata di particolari stati emotivi e sentimentali, volta nella maggior parte dei casi a fare emergere dal torbido dell’anima tutto un retaggio sub umano; ispirazione che risulta in definitiva limitata se non addirittura compromessa, da una soggettività individuale “liberata”. Come si può intuire nulla a che spartire con la concezione e la manifestazione dell’ispirazione che avevano gli antichi e tuttora presente presso quelle società che hanno, seppure a fatica, mantenuto vivi i principi delle dottrine tradizionali sia in Oriente che in Occidente. Secondo queste infatti la “correttezza, verità e adeguatezza rispetto all’archetipo che deve essere rappresentato è possibile solo quando l’artista stesso abbia visto la realtà che deve rappresentare”, infatti “soltanto nella misura in cui un artefatto rappresenta correttamente il suo modello è possibile dire che esso adempie il suo scopo” (1).

Questa precisazione consente quindi di rilevare che al contrario, per la concezione odierna dell’arte, non è importante cosa si realizza, ma chi lo realizza. Questa sua peculiarità dovrebbe smascherare definitivamente la sovversione a cui è giunta e conseguentemente a condotto i suoi “fruitori”. Le conseguenze sono molteplici, ma tutte particolarmente nefaste. Il mondo moderno ha la connotazione di un contenitore luccicante, ma purtroppo completamente vuoto; i suoi “vati”, assumono i più svariati ruoli, vengono ascoltati ed esaltati, a prescindere da cosa dicano: l’opinione, tanto più è bizzarra, meglio si presta a scalzare la Verità che viene così ridotta alla categoria della opinabilità o tenuta in non cale, un rovesciamento, ma sarebbe meglio dire una sovversione dall’indubbia ispirazione satanica (2). Il considerare dunque quest’opera di Marcel Duchamp come uno dei capolavori più importanti del XX° secolo significa stravolgere l’idea stessa di arte figurativa e non dare la minima importanza alla funzione edificante e conoscitiva cui questa dovrebbe normalmente assolvere. Da ultimo, ma solo per ragioni espositive, non va dimenticato quando si ha a che fare con l’arte moderna che essa fu ideata, progettata, compiuta, lanciata e sostenuta da lobbys che congiuntamente ad altre forze assai “sospette” (3) andavano forgiando quella che doveva divenire la “forma mentis” della fase terminale del mondo moderno, l’Età Oscura di cui parlano tutte le tradizioni. Gli artisti “trasgressivi”, le “avanguardie”, furono tutti utilizzati, spesso a loro insaputa, come testa d’ariete, unitamente ad altri “movimenti” che dovevano contribuire a “edificare”, operando ognuno nel suo ambito specifico, “il mondo nuovo”, la “nuova era”. Quel mondo in cui ogni cosa è permessa e giustificata, soprattutto la barbarie più estrema in disprezzo alla Verità.

A&B

Note:

1) Cfr. Ananda K. Coomaraswamy, Incontro di sguardi ne Il grande brivido ed. Adelphi.

2) L’arte così moderna, così diabolica – di Hans Sedlmayr

3) L’Espressionismo Astratto, la Cia ed i Rockefeller

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