Il ritiro degli Stati Uniti e il “ritorno” del mito dello stato islamico – di Tony Cartalucci

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Per la verità, l’idea che l’occupazione statunitense della Siria sia fondamentale per impedire il ritorno del cosiddetto “Stato islamico” (SIIL) nel territorio siriano non era convincente. Le regioni ad ovest dell’Eufrate, dove lo SIIL aveva prosperato, sono state continuamente rastrellate dall’Esercito arabo siriano e dagli alleati russi e iraniani, ovviamente senza alcun sostegno dagli Stati Uniti, e di fatto, nonostante tutti gli sforzi di Washington per ostacolare le operazioni di sicurezza di Damasco. Damasco e i suoi alleati russi e iraniani dimostravano che lo SIIL può essere definitivamente sconfitto. Con le linee di rifornimento dello SIIL che arrivano dal territorio turco della NATO e dai confini giordano e iracheno, le forze siriane riuscivano a reprimere in modo permanente gli sforzi dell’organizzazione terroristica di ristabilirsi ad ovest dell’Eufrate. Il fatto stesso che lo SIIL persista nella sola regione del Paese attualmente sotto occupazione statunitense solleva molte domande non solo su sincerità o assenza di sforzi di Washington per affrontare e sconfiggere lo SIIL, ma anche sul fatto che Washington stia deliberatamente sostenendo l’organizzazione terroristica per la capacità specifica di fungere da pretesto per l’occupazione statunitense continua ed illegale del territorio siriano.

Il dipartimento della Difesa degli Stati Uniti lo chiarisce
Un recente rapporto (qui la versione PDF) pubblicato dall’Ispettore Generale del dipartimento della Difesa degli Stati Uniti (SdG) afferma: “Secondo il dipartimento della Difesa, mentre le forze siriane appoggiate dagli Stati Uniti hanno continuato la lotta per riconquistare le restanti roccaforti dello SIIL in Siria, esso rimane una potente forza di combattenti temprati e ben disciplinati che “potrebbero risorgere in Siria” senza pressione continua contro il terrorismo. Secondo il dipartimento della Difesa, lo SIIL è ancora in grado di coordinare offensive e contro-offensive, oltre a operare come insurrezione decentralizzata”. Il rapporto afferma inoltre: “Attualmente, lo SIIL rigenera funzioni e capacità chiave più rapidamente in Iraq che in Siria, ma senza la pressione sostenuta (contro il terrorismo), lo SIIL potrebbe risorgere in Siria entro sei o dodici mesi e riconquistare un territorio limitato nella Middle River River Euphrates (MERV)”. Con la “continua pressione antiterrorismo”, il rapporto in particolare significa continuare l’occupazione statunitense di Siria ed Iraq, nonché continuo sostegno militare e politico agli ascari che gli Stati Uniti usano per accrescere l’occupazione in Siria. Lo stesso rapporto osserva che l’ultima roccaforte dello SIIL esiste specificamente nel territorio sotto la defacto occupazione o protezione degli Stati Uniti a est dell’Eufrate, dove le forze siriane sono state ripetutamente attaccate, sia da ascari degli Stati Uniti che dalle stesse forze nordamericane. Il fatto stesso che il rapporto citi che lo SIIL “riguadagna più rapidamente funzioni e capacità chiave in Iraq che in Siria”, nonostante gli Stati Uniti non progettino alcun ritiro dall’Iraq, sembrava suggerire quanto siano impotenti o genuinamente disinteressati gli USA nell’effettivamente affrontare e sconfiggere lo SIIL. Sul perché, lo SIIL è il pretesto più convincente per giustificare l’altrimenti ingiustificata e continua occupazione di Washington in Siria e Iraq.

La relazione del DoD degli Stati Uniti espone la debolezza e l’illegittimità dell’”indipendenza curda”
Il rapporto è quasi un’ammissione che i militanti sostenuti dagli Stati Uniti in Siria non hanno la capacità di scacciare la minaccia dello SIIL senza il continuo sostegno di Washington. Il rapporto afferma che lo SIIL è tutt’altro che sconfitto, ma potrebbe “risorgere” entro un anno senza il sostegno degli Stati Uniti, sottolineando debolezza ed illegittimità di tali forze e delle loro ambizioni politiche di “indipendenza” perseguite nella Siria orientale. Una Siria orientale, dominata dai curdi, senza capacità militari ed economiche per affermare il controllo della regione, se non con la presenza perpetua e il sostegno delle truppe statunitensi, mina ulteriormente la credibilità del piano curdo di Washington ad est dell’Eufrate. Il governo siriano, al contrario, dimostrava la capacità di riaffermare il controllo sul territorio e impedire il ritorno dei gruppi estremisti, tra cui lo SIIL. Se gli Stati Uniti si fossero veramente dedicati alla distruzione dello SIIL, è chiaro che sosterrebbero le forze nella regione che non solo possono raggiungere questo obiettivo, ma che finora sono state le uniche nella regione a farlo.

Lo SIIL come pretesto per l’occupazione perpetua negli Stati Uniti
In realtà, l’obiettivo degli Stati Uniti in Siria e Iraq è minare la forza e l’unità di entrambi, isolando e circondando progressivamente l’Iran. Gli Stati Uniti crearono deliberatamente SIIL e i numerosi gruppi estremisti che combattevano al suo fianco. Fu in un comunicato del 2012 diffuso dall’Agenzia per la Difesa degli Stati Uniti (DIA) che rivelò l’intenzione di Stati Uniti e loro alleati di creare quello che all’epoca era chiamato “principato salafita” nella Siria orientale. La nota affermava esplicitamente che: “Se la situazione si sgretola, c’è la possibilità di stabilire un principato salafita dichiarato o meno nella Siria orientale (Hasaqa e Dayr al-Zur), e questo è esattamente ciò che vogliono le potenze a sostegno dell’opposizione, al fine di isolare il regime siriano, considerato la profondità strategica dell’espansione sciita (Iraq e Iran)”. Per chiarire chi fossero tali potenze a supporto, la nota della DIA affermava: “Occidente, Paesi del Golfo e Turchia sostengono l’opposizione; mentre Russia, Cina e Iran sostengono il regime”. Il “principato” (Stato) “salafita” (islamico) fu creato proprio nella Siria orientale, come i politici e i loro alleati avevano deciso. Fu marchiato lo “Stato Islamico” ed usato per intraprendere una guerra per procura più decisa contro Damasco, e quando ciò fallì, per invitare i militari statunitensi ad intervenire direttamente nel conflitto. Diversi anni dopo, e coll’abietto fallimento della guerra per procura degli Stati Uniti in Siria quasi terminata, i resti distrutti dello SIIL sono protetti esclusivamente nelle regioni ora defacto protettorati delle forze statunitensi venendo usati come pretesto per ritardare o impedire qualsiasi ritiro delle forze statunitensi. Mentre molti vedono l’annuncio del ritiro delle truppe USA dalla Siria da parte del presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il tentativo di fare marcia indietro sul ritiro come una lotta tra Casa Bianca e Pentagono, è molto più probabilmente il risultato di una politica estera che vacilla tra cattive opzioni e opzioni peggiori. L’incapacità, finora, dei raid aerei israeliani di penetrare le difese aeree siriane e tanto meno causare danni significativi in Siria esponeva ulteriormente l’impotenza occidentale complicando i piani di Washington volti al futuro. La barcollante politica turca nei confronti della Siria e le prospettive di un’approfondita penetrazione nel territorio siriano per “prendere il controllo” dall’occupazione statunitense, come descritto nel rapporto dell’ispettore generale del DoD, non faranno altro che estendere le forze turche, creando vulnerabilità facilmente sfruttabili da chi siede ai tavoli di negoziato con Ankara. È ancora incerto su ciò che farà Ankara, ma come partner inizialmente disponibile nella guerra per procura in Siria voluta dagli Stati Uniti, ora rimane con opzioni sempre peggiori. È interessante notare che persino il rapporto dell’ispettore generale del DoD cita che la continua capacità di combattimento dello SIIL dipende da combattenti stranieri e “donazioni estere”, eppure non esplora mai l’evidente sponsorizzazione di Stato richiesta per sostenere ciò. Il rapporto del DoD e le stesse azioni degli Stati Uniti si quasi volte a difendere apertamente i resti dello SIIL.
Mentre la prospettiva di rovesciare violentemente il governo siriano sembra essere quasi passata, gli Stati Uniti ancora cercano di giustificare la propria presenza in Siria sulla connessione tra SIIL e altre organizzazioni terroristiche che inviano combattenti ed armi nel Paese dal nord e dal sud-est della Siria, vicino al confine iracheno, ed al-Tanf, vicino al confine tra Iraq e Giordania. Se gli Stati Uniti cercassero di consolidare i propri agenti e avviare il “risorgere” dello SIIL, lo stesso scenario che affermano di voler impedire, il controllo di tali punti di ingresso vitali in Siria e Iraq sarebbe di primaria importanza. Permettere che cadano nelle mani delle forze siriane e irachene per assicurarli ed isolarli significherebbe, ironicamente, la fine dello SIIL in entrambe le nazioni. Mentre le parole di Washington indicano il desiderio di sconfiggere lo SIIL, le sue azioni sono l’unica ostruzione tra SIIL e sua sconfitta totale.

Tony Cartalucci, ricercatore e autore geopolitico di Bangkok.

Traduzione di Alessandro Lattanzio

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