JAUNES O DEGLI ANTENATI DEI GILET GIALLI Ciò che ignora Mario Draghi – di Luigi Copertino

Parigi brucia? Sì ma come nel 1934, non come nel 1789!

Risultati immagini per Parigi brucia 1789

 Nonostante che Macron, il rampollo di Attali, l’enfant prodige della finanza cosmopolita, sia comparso in televisione per rassicurare i francesi sugli interventi in programma per aiutare le classi falcidiate dall’austerità eurocratica, l’insorgenza gialla non sembra demordere.

Per i media, come al solito digiuni di storia, è stato immediato il paragone con la Rivoluzione Francese. Ma il 1789 è un anno che appartiene ad un mondo troppo distante dal nostro per poter fare efficaci paragono storici. Basti pensare soltanto che in quel fatidico anno la carta moneta era stata introdotta solo da un secolo e non era affatto molto diffusa. Si usava ancora la monetazione aurea mentre la carta moneta incontrava difficoltà a riscuotere fiducia, come si accorsero i giacobini quando introdussero gli “assegnati”, coperti dalla garanzia dei beni immobiliari ecclesiastici confiscati, senza grande successo e provocando un generale rifiuto degli stessi.

Un paragone storicamente più efficace può essere piuttosto effettuato con il periodo tra le due guerre mondiali, quando la politica francese fu scossa dall’avanzare delle forze antisistema sia di estrema sinistra sia di estrema destra. Forze antiparlamentari perché antiborghesi ed anticapitaliste. Esse contestavano la Repubblica liberale prona ai voleri del capitale finanziario che era diventato, anche allora, il padrone dei meccanismi elettorali, delle combriccole partitiche, dei governi radical-socialisti. Fascisti e comunisti francesi improvvisamente, quando la crisi finanziaria esplose con il crack del 1929, si ritrovarono dalla stessa parte della barricata nell’assalto al corrotto parlamentarismo.

Accadde il 6 febbraio 1934.

Quel giorno il parlamento francese fu assalito da manifestanti in rivolta. I male informati ritengono ancora che fu un moto delle leghe fasciste, un tentativo di rovesciare la legalità democratica. In realtà non furono soltanto i fascisti a scendere in piazza a Parigi, quel 6 febbraio, ma anche i comunisti, fianco a fianco per colpire il comune ed odiato nemico liberal-borghese. La rivolta, che sembrò dovesse travolgere la Repubblica liberale, non ebbe tuttavia alcun seguito concreto per le titubanze ad una alleanza politica dei vertici dell’Action Francaise e del Partito Comunista Francese.

La miglior intellighenzia francese dell’epoca si entusiasmò per quegli accadimenti che ad essa sembrarono l’inizio dell’auspicata Rivoluzione nazionale e sociale. Testimoni degli eventi furono, tra gli altri, Robert Brasillach, il quale radicalizzò il suo originario maurrassismo per approdare al “fascismo immenso e rosso”, e Pierre Drieu La Rochelle, il quale dal canto suo descrisse il proprio entusiasmo attraverso un romanzo il cui protagonista, Gilles, militante nazionalista fraternizza con i comunisti in nome del socialismo nazionale. Sedici manifestanti furono uccisi dalla polizia durante quella rivolta e quando il buon Brasillach sarà condannato, da un tribunale di De Gaulle, alla fucilazione il 6 febbraio 1945, il grande poeta dedicherà ad essi i suoi ultimi versi «Con undici anni di ritardo sarò dunque fra voi? Penso a voi, stasera, o morti di febbraio».

Anche oggi i gilet gialli, che da settimane sono in rivolta in tutta la Francia, rappresentano la convergenza politico-sociale dell’estrema destra e dell’estrema sinistra – tra di essi ci sono elettori sia della Le Pen che di Mélenchon – nonché l’alleanza dei ceti medi e della classe lavoratrice, in sostanza dei ceti produttori impoveriti, contro il dominio cosmopolita del grande capitale finanziario del quale Macron e la sinistra europeista sono esponenti. Per questo, come nella Francia del 1934 anche oggi, sono ingiustificati ed incomprensibili i retaggi storici che impediscono una alleanza politica tra Marine Le Pen, che nel frattempo ha cambiato nome al Front Nationale, ed a Jean-Luc Mélenchon di France Insoumise, la sinistra sovranista anti-euro.

Come nel 1934, anche nel 2018 quella che è in rivolta è la Francia che lavora – imprenditori e lavoratori – contro i redditieri della speculazione finanziaria. E se un antecedente ancor più in là nel tempo è possibile trovare non è il 1789 ma piuttosto il 1848 quando, come osservò Marx, a Parigi l’insurrezione, contro la monarchia prigioniera della borghesia finanziaria, vedeva uniti tutti i produttori ossia insieme padroni ed operai contro i “rentier”.

Nella Parigi in rivolta di oggi, a sostegno dei gilet gialli, sono arrivati dagli altri Paesi europei tanto gruppi dell’estrema sinistra quanto gruppi dell’estrema destra. Dall’Italia, ad esempio, sono giunti militanti di “Potere al Popolo” e militanti di “Casapound”. La questione è che al momento non c’è nessuna guida politica in grado di chiudere, in prossimità oltretutto delle decisive elezioni europee  del prossimo maggio, il cerchio dell’alleanza delle estreme per l’assalto finale alla roccaforte del potere globalista in Francia. Che sarebbe un segnale forte per l’assalto alle altre roccaforti dello stesso potere in Europa: da Francoforte e Bruxelles passando per Berlino.

Il timore è che tutto finirà come nel 1934, ossia in un nulla di fatto a tutto vantaggio del potere finanziario globale.

Gilet gialli e fascismo

I gilet gialli sembrano portatori di una piattaforma politica molto vicina a quella di un certo socialismo nazionale. Essi invocano una sorta di solidarietà nazionale tra i ceti produttori e quindi una politica di riforme nel segno dell’alleanza interclassista tra capitale produttivo e lavoro all’insegna della equa ripartizione della ricchezza prodotta e della partecipazione e condivisione delle scelte economiche nazionali. Un quadro riformista che, come è evidente, cozza con il globalismo eurocratico che assegna il potere alla Finanza Apolide ed al complesso finanziario-industriale della Germania mercantilista con le sue politiche aggressive nei confronti dei suoi stessi partner europei.

La stampa internazionale, come ci ricorda Maurizio Blondet, ha finalmente compreso il pericolo e va lanciando appelli all’eurocrazia ed ai tedeschi affinché, memori di quanto accadde in Germania tra il 1929 ed il 1933, abbandonino il paradigma ordoliberista e deflazionista che apre la strada al vittorioso ritorno dei “fascismi”, come sono chiamati, in questi appelli, i movimenti sovranisti attuali anche se dai fascismi storici molto li distanzia, anche culturalmente.

In effetti, in Germania ed in altri Paesi, tra le due guerre mondiali, i fascismi si imposero a seguito della grande crisi economica del 1929 come una risposta sociale e nazionale al disastro provocato dal liberismo capitalista. Karl Polany, socialista ed antifascista, lo spiegò molto bene all’epoca. Lo storico israeliano del fascismo Zeev Sternhell, nei nostri anni, ha ricostruito, proprio in relazione alla Francia, come vedremo, quelle pagine di storia. Eppure questa è solo una parte della verità. Altrove, in Italia, ad esempio, il fascismo si impose nel 1920-22, durante, sì, la crisi da riassestamento postbellico ma non era, quella, una crisi da deflazione come nella Germania del 1930.

Se è vero che la crisi economica storicamente ha aperto la strada ai fascismi, tuttavia essa non generò all’improvviso una cultura politica come quella di cui quei movimenti erano portatori.

In realtà fascismi, sovranismi, populismi hanno alle loro spalle una lunga elaborazione culturale – George Mosse, storico ebreo come Sternhell, ad esempio, per il caso tedesco, la fa risalire al romanticismo germanico, all’idealismo filosofico ed alla resistenza nazionale tedesca contro Napoleone – che semplicemente trova la via del radicamento di massa a seguito di questa o quella crisi politica, sociale, economica.

Non solo: ma fascismi, sovranismi, populismi sono, sotto il profilo filosofico-politico e politologico, una delle legittime famiglie politiche del mondo moderno, generate come anche liberalismo, democrazia e comunismo, dal calderone esoterico-illuminista settecentesco. Essi, i nazionalismi sociali e socialisti, appartengono tanto alla destra quanto alla sinistra, di cui tentano la fusione, e, per certi versi, per il loro intrinseco socialismo, più alla sinistra che alla destra. Da questa si limitano a prendere il richiamo alla nazione che, del resto, è anch’esso un elemento della modernità. La Nazione nel 1789 era la sinistra, il progresso, ma, nel corso del XIX secolo, di fronte all’avanzare del “quarto stato”, il patriottismo era scivolato verso destra prendendo il posto occupato un tempo dall’alleanza, ormai svanita dalla scena storica, tra “trono ed altare”.

Le radici culturali e sociali dei fascismi

Tenendo sullo sfondo del nostro argomentare l’attuale fenomeno dei gilet gialli e con l’intento di dimostrarne, ben consapevoli anche delle profonde diversità, gli aspetti di analogia con i fascismi comparsi sulla scena storica tra XIX e XX secolo, affrontiamo ora la ricostruzione storica delle radici culturali e sociali dei movimenti di massa di quella che il citato Sternhell chiama la “Droite révolutionnaire” per distinguerla dalla “Destra conservatrice” e dalla “Destra reazionaria”, benché con queste, più con la seconda che con la prima, essa ebbe controversi rapporti di compromesso tattico ma non ideologico.

Queste radici risalgono al periodo a cavallo tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo. L’opera dello Sternhell alla quale ci rifaremo è “Né destra né sinistra – la nascita dell’ideologia fascista” (Akropolis, Napoli, 1984).

Il periodo a cavallo tra i due secoli, come ricorda lo Sternhell sulla scorta di una citazione di Henry De Man, fu un periodo di improvvise e grandi trasformazioni tecnologiche caratterizzate dal passaggio dal movimento meccanico a quello elettrico, dalla tecnica della leva a quella delle onde, dalla ruota dentata al filo elettrico ed alla trasmissione senza fili, dal lavoro materiale a quello energetico, dal meccanicismo al funzionalismo. Si potrebbe, non sbagliando, fare una comparazione con la nostra epoca segnata dal passaggio dal moderno al postmoderno, anch’esso caratterizzato da una improvvisa rivoluzione tecnologica: l’informatica, internet, la digitalizzazione e robotizzazione del lavoro, le biotecnologie e via dicendo.

Si tratta, ieri come oggi, di momenti di passaggio della storia che favoriscono la comparsa di movimenti politici che benché a taluni possano sembrare reazionari sono invece fortemente innovatori e rivoluzionari. Così fu per i fascismi che andavano maturando al crocevia dell’ottocento con il novecento, del nazionalismo con il socialismo, del produttivismo con il sindacalismo.

Infatti, i fascismi storici non furono affatto un ritorno o un tentativo di restaurazione delle società tradizionali, dell’Ancien Règime, con la loro visione del mondo metafisica, meta-razionale, ed aperta verso l’Alto, verso la Trascendenza. I fascismi invece furono espressione della emersione del sub-razionale seguente, non opposto, al razionalismo. Questo progressivo imporsi di idee post-razionaliste fu reso possibile proprio dalle scoperte che la scienza, infrangendo il meccanicismo cartesiano e galileiano, andava facendo circa la realtà sub-materiale, sub-atomica, e, per quanto riguarda l’uomo, sub-cosciente. Ciò che era la materia andava dissolvendosi in energia e ciò che era coscienza si scioglieva in infra-cosciente. Si stava mettendo a nudo lo strato infero soggiacente al mondo come fino ad allora era stato interpretato dal vecchio paradigma meccanicista sette-ottocentesco. Ma si trattava dell’apertura di una porta verso il basso, non verso l’alto. Quest’ultima, la porta verso l’Alto, era stata, ormai, ermeticamente chiusa dal razionalismo sei-settecentesco, la cui funzione, pertanto, si può dire sia stata, per l’appunto, quella, alla fine dell’ottocento ed al momento di inaugurare il XX secolo, di rendere possibile l’apertura della soglia inferiore, sub-razionale, dalla quale emersero, per inondare il mondo, le forze infere. Quelle della tecnica prometeica, della finanza compulsiva e nichilista, delle pulsioni collettive spesso intrise di furori incendiari e impulsi sado-masochisti.

In tal senso ha ben visto George Mosse quando ha individuato le radici del nazional-socialismo nel romanticismo post-illuminista. Quindi benché a volte abbiano innalzato simboli e vessilli della Tradizione, sicché le Chiese storiche ed i movimenti cristiano-sociali per questo non hanno disdegnato contatti e momenti di collaborazione con essi, in realtà i fascismi non sono tradizionalismi ma sono espressione, all’apice della modernità già in procinto di sporgersi verso il postmoderno, di un ulteriore scivolamento lungo la china della secolarizzazione, fino all’esito, come aveva compreso Ernst Jünger, del metter a nudo l’elementare.

«… nel dominio delle idee – scrive Zeev Sternhell – questo periodo (la fine del XIX secolo) è già profondamente segnato dalla … affermazione del primato delle forze della vita e dell’affettività. Alla spiegazione razionalista e “meccanicista” del mondo, che domina il pensiero europeo dal XVII secolo, si sostituisce una spiegazione “organica”. La nuova importanza attribuita ai valori storici e alle diverse tendenza idealistiche è … una rimessa in discussione del razionalismo e dell’individualismo. Si crede nella subordinazione dell’individuo alla collettività (…). In altri termini: per gli uomini della generazione del 1890, che si tratti di Le Bon, di Barrès, di Sorel o di Vacher de Lapouge, l’individuo non ha alcun valore in sé, e quindi la collettività non può essere concepita come la semplice somma aritmetica degli individui che la costituiscono. Questa nuova generazione di intellettuali si eleva violentemente contro l’individualismo razionalista della società liberale (…). Questa rivolta … sfocia nell’esaltazione di ciò che si avverte come un’unità di solidarietà fondamentale, la nazione. (…). La reazione antirazionalista che mette in causa nello stesso tempo i principi della democrazia e del marxismo, non è soltanto l’effetto di un neo-romanticismo letterario (…). In realtà, è la scienza stessa che inizia ad attaccare quei principi … le nuove scienze dell’uomo e le nuove scienze sociali, la biologia darwiniana, la filosofia bergsoniana, la storia secondo Renan e Taine, la psicologia sociale secondo Le Bon così come la scuola italiana di sociologia politica – Pareto, Mosca, Michels – si levano contro i postulati sui quali poggiano la democrazia e il liberalismo. (…). La spiegazione razionale dell’irrazionale (rectius, del sub-razionale, nda) fornita dalla teoria delle élite costituisce il ponte tra la ricerca in scienze sociali e la prassi fascista. Questa spiegazione … contribuisce ad alimentare tanto il sindacalismo rivoluzionario quanto il nazionalismo, e rappresenta, sotto molti aspetti, il punto di incontro di queste due correnti» (op. cit. pp. 41-43).

Boulangismo e giudeofobia

In questo quadro culturale, nella Francia della fine del XIX secolo si impone uno dei primi movimenti nazionalisti di massa, il boulangismo, che prese il nome dal generale George Ernest Jean-Marie Boulanger. Questi, sostenuto insieme da repubblicani radicali, bonapartisti, monarchici, nazionalisti, sindacalisti e socialisti proudhoniani, era diventato leader, intorno al 1889, di un movimento populista con forti connotazione sociali antiliberali ed antimarxiste. Vicino, dopo il trionfo elettorale, nel 1890, ad un colpo di Stato esitò lasciando che la Terza Repubblica, ormai alle corde, si riavesse e riprendesse in mano le redini della situazione. Boulanger, condannato, fuggì in Belgio dove morì suicida nel 1891.

L’idea-forza che egli aveva preso per bandiera del suo movimento politico fu un nazionalismo inteso come realizzazione di un socialismo popolare ed interclassista nell’unità solidale dei ceti produttori contro il grande capitale finanziario borsistico che aveva prostrato la grandezza della Francia asservendola agli interessi cosmopoliti dell’“Alta Finanza”, come si diceva nel linguaggio del tempo. Questo anticapitalismo si accompagnava ad una giudeofobia di tipo sociale e nazionale. L’ebreo era inviso in quanto assurgeva al simbolo del cosmopolitismo, dell’internazionalismo, della finanza, dell’usura, della speculazione e del capitalismo, non ancora, pertanto, in quanto membro di una razza inferiore o degenere. Questa giudeofobia era tipica non solo della destra nazionalista ma anche della sinistra socialista del tempo, da Proudhon allo stesso Marx che scrissero entrambi pagine molto pesanti sull’ebraismo quale portatore della mentalità capitalista. Si trattava di una giudeofobia che è concettualmente errato chiamare “antisemitismo”.

L’antisemitismo vero e proprio, ossia il razzismo antiebraico, già circolava senza dubbio ma non sulla base di questioni sociali perché attingeva a piene mani al darwinismo ed alla teosofia occultista ottocentesca e non può, quindi, essere confuso, nonostante le reciproche strumentalizzazioni, né con l’antigiudaismo teologico, di origine medioevale, né con la giudeofobia economica che hanno basi concettuali del tutto diverse e nient’affatto razziste.

Lo stesso padre della fobia antiebraica francese, di fine ottocento, Edouard Drumont era piuttosto un giudeofobo che un vero e proprio antisemita razziale. Egli aveva colto la verità storica per la quale la giudeofobia socioeconomica nel corso dei secoli (ed a maggior ragione, aggiungiamo noi, il moderno, ossia non tradizionale, antisemitismo razziale) aveva abusivamente fatto leva sull’antigiudaismo teologico, che era cosa diversa, puramente religiosa, e di per sé non foriera di discriminazione se non in talune specifiche e particolari circostanze storiche nelle società nelle quali stretta era la connessione tra Sacro e Politico (connessione che storicamente ha funzionato anche al contrario, dato che, ad esempio, nel regno kazharo, sec. VII, popolo caucasico convertitosi al giudaismo, alla ghettizzazione discriminatoria finirono, per ordine del rabbinato, i cristiani). Infatti, all’indomani della ricostituzione della “Lega antisemita” nel 1898, in “Lettre d’Edouard Drumont à Jules Guérin (ora citato in Z. Sternhell, op. cit., p. 52 e nota 27) egli affermò che «L’antisemitismo non è mai stato una questione religiosa, è sempre stato una questione economica e sociale». Come ricorda Sternhell, Drumont aveva già espresso questa sua convinzione otto anni prima quando in “La Dernière Bataille – Nouvelle étude psychologique et social” (Paris, Dentu, 1890, pp. 11-12) scrisse «La verità è che in nessuna epoca, in nessun paese, la questione ebraica è mai stata una questione religiosa, bensì sempre e ovunque una questione economica e sociale».

Non meraviglia, pertanto, che le istanze della “Lega antisemita” in Francia fossero politiche e socio-economiche, non teologiche o razziali. L’ebreo era considerato, a torto, il simbolo della finanza cosmopolita e quindi antinazionale, non un membro di una razza sub-umana come successivamente sarà nella propaganda razziale vera e propria. Il giornale ufficiale della Lega antisemita del Drumont puntava il dito contro «il giudeame nemico degli interessi francesi e i giudeizzanti complici dei finanzieri cosmopoliti» perché, secondo queste tesi, tutti i francesi, a qualunque classe sociale appartengano, «sarebbero disposti ad abbracciarsi se l’ebreo pagato dalla Germania non fosse lì per favorire la discordia» (Sternhell, op. cit., p. 52).

Si trattava, come è evidente, di una propaganda certo becera ma di mera natura politica che faceva appello al nazionalismo, all’epoca antitedesco, ed all’anticapitalismo, non al razzismo.

«In Francia – ci spiega Sternhell – l’antisemitismo (rectius, la giudeofobia, nda) appare sulla scena politica con il boulangismo. E’ allora che i primi socialisti nazionali ne scoprono la potenza mobilizzatrice e la forza rivoluzionaria. Rochefort, Granger, Ernest Roche, Barrés, Francis Laur, i continuatori di Proudhon e di Toussenel, alcuni blanquisti e comunardi contribuiscono potentemente a radicare l’idea secondo cui l’antisemitismo (rectius, la giudeofobia, nda) è un’ideologia progressista e non conformista, un elemento della rivolta contro l’ordine costituito: insomma, una delle costituenti del socialismo» (Sternhell, op. cit., pp., 51-52).

Ed ancora: «… l’antisemitismo (rectius, la giudeofobia, nda) non imperversa solo nell’estrema destra nazionalista. Sarà all’inizio del secolo un elemento fondamentale dell’ideologia gialla, del sindacalismo rivoluzionario di un Sorel o di un Berth, o ancora di un certo non conformismo di estrema sinistra (La “Guerre sociale” di Hervé e “le Mouvement socialiste” di Lagardelle, per esempio). (…) il 20 gennaio 1898 (ossia in piena crisi Dreyfus, l’ufficiale dell’esercito francese, ebreo, ingiustamente accusato di spionaggio a favore della Germania, e del quale il nazionalismo sociale aveva fatto l’oggetto di una plebiscitaria campagna politica intesa a screditare la Repubblica, nda), i capi socialisti pubblicano il famoso manifesto col quale essi si rifiutano di impegnarsi in “una lotta tra due fazioni della classe borghese”, lotta che sostengono finanziata da capitalisti ebrei che tentano, attraverso le scappatoie della riabilitazione di Dreyfus, di accaparrarsi il sostegno del paese per i propri misfatti. La vecchia base antisemita (rectius, giudeofobica, nda) del socialismo francese fa sentire allora tutto il suo peso, proprio come la necessità di spiegare il dreyfusismo restando fedele alle categorie essenziali del marxismo » (Sternhell, op. cit., pp. 53-54)

L’antisemitismo razziale, al contrario, si rifaceva alle idee di Joseph-Arthur de Gobineau e di Houston Stewart Chamberlain. Quest’ultimo all’epoca si faceva, tra l’altro, novello banditore dell’antica falsa leggenda, insieme ebraica e pagana, a suo tempo usata da Celso nella sua polemica contro i cristiani, secondo la quale Gesù era ariano perché figlio naturale del soldato romano Panthera, che aveva violentato Maria. Per questo Chamberlain sosteneva che la Chiesa cattolica, dalla quale la Germania era stata, a suo giudizio, fortunatamente liberata da Lutero, fosse la nemica della razza ariana perché predicava un “cristianesimo giudaizzato” che, sin dalla sua origine, aveva fatto di Essa uno “strumento degli ebrei” per inquinare la purezza ariana.

Il boulangismo fu il primo punto di congiunzione del nazionalismo con una certa forma di socialismo non marxista e già postmarxista. Ecco perché ad esso aderirono molti blanquisti.

«E’ proprio in questa sintesi – scrive ancora Sternhell – , destinata a far fortuna, che consistono l’origine e l’importanza del partito nazionale: questo assorbe il nascente socialismo ovunque esso si struttura. L’estrema sinistra guedista e blanquista è perfettamente cosciente del fatto che il boulangismo traduce una rivolta contro la società borghese e contro la democrazia liberale. (…). L’antiparlamentarismo d’altronde è uno degli aspetti più caratteristici di questa lotta che l’estrema sinistra sferra al liberalismo. All’antiparlamentarismo, segno di una certa tradizione giacobina, che vediamo rinascere nei radicali di estrema sinistra, vengono ad aggiungersi altri elementi: il blanquismo e il nazionalismo. Il blanquismo si erge contro l’ordine borghese, il nazionalismo contro l’ordine politico che ne è l’espressione. Questi tre elementi si ricongiungono nella comune opposizione alla democrazia liberale: la loro sintesi verso la fine degli anni 1880 trova la sua espressione nel boulangismo e, dieci anni più tardi, riapparirà nel nazionalismo antidreyfusardo. All’inizio del XX secolo, questa rivolta sarà rappresentata dal movimento giallo, in seguito da una certa forma di sindacalismo non conformista e, infine, dal circolo Proudhon. All’indomani della guerra questa sintesi porterà il nome di fascismo. Il boulangismo rappresenta, in modo acuto, questo secondo tipo di conflitto. E’ alla confluenza delle forze politiche che ad ogni costo vogliono rompere l’immobilismo del regime parlamentare: così sale la prima ondata di assalti che subirà la democrazia liberale. E’ allora che si contesta l’esistenza, per la prima volta, di un processo che, d’allora in poi, sarà l’ingranaggio classico del prefascismo, e più tardi del fascismo: lo slittamento verso la destra radicale di elementi dalle concezioni sociali molto avanzate e fondamentalmente antiliberali, ma che professano o un marxismo dubbioso, o un socialismo francamente antimarxista, o, ancora una volta come alla vigilia della guerra, abbandonano il marxismo per quell’altra forma di solidarietà che è il nazionalismo. E’ importante sottolineare il peso e l’importanza in quest’epoca di quei socialisti indipendenti, protagonisti di un socialismo francese, nazionale, che, dinnanzi, ad un socialismo straniero (il marxismo, considerato socialismo tedesco, nda), elaborano teorie che si vogliono conformi al temperamento e all’ambiente nazionale. Le idee professate dagli uomini della “Revue socialiste” si accordano facilmente con quelle dei boulangisti e contribuiscono molto seriamente alla diffusione di una corrente nazionalista che si vuole sociale o, mutatis mutandis, di un socialismo che si vuole nazionale. Questo socialismo francese … consacra … la legittimità del boulangismo. Questa comunità di idee presiederà agli sforzi di raggruppamento della grande coalizione postboulangista che … spiega la facilità con cui avverrà … per tutta la storia della III Repubblica … lo slittamento da sinistra a destra. (…).  Certamente, la revisione del marxismo in se stessa non genera necessariamente uno slittamento verso la destra radicale. Se questo abbandono delle posizioni ideologiche della sinistra rivoluzionaria si accompagna ad un’accettazione dei principi di base e delle regole della democrazia liberale, si ottiene una forma di socialismo democratico che, con Bernstein, Jaurès e Turati, ha preso decisamente piede in Europa occidentale. Tuttavia, quando questo processo di revisione del marxismo si lega ad un antiliberalismo, ad un rifiuto del parlamentarismo …, ad un appello, al di là degli interessi di classe, all’unità nazionale, esso finisce in maniera diversa. Nel momento in cui sono riunite tutte queste condizioni, l’equazione fascista diviene praticamente inevitabile (perché) … Il socialismo nazionale è anch’esso, sin dall’inizio, un movimento di massa. (…). Anche se effimeri, i trionfi del boulangismo dimostrano che la sinistra … poteva facilmente adattarsi alla sconfitta di una Repubblica che non rispondeva al suo proprio ideale, che non era insensibile alla … vendetta popolare (contro) i grandi signori della finanza. E’ proprio il successo riportato da questa convergenza di temi ideologici e di temi politici e sociali (nazione e socialismo, nda), normalmente considerati come antagonistici, che … spiega … la vulnerabilità della democrazia liberale (…). La partecipazione politica nella società moderna e la mobilitazione delle masse … portano sempre alla nazionalizzazione di queste masse. Ne risulta una lunga serie di assalti successivi alla democrazia (liberale ossia dominata dalla finanza capitalista, nda). Era certamente il caso della Francia fra il 1885 e il 1940. Ma questo paese ha sempre saputo trovare una risposta. In effetti, sin dal momento in cui è scoppiata questa prima crisi che è stato il boulangismo, si formava il famoso riflesso di difesa repubblicana. In realtà, non si trattava di null’altro se non di una grande coalizione che inglobava già tutti gli elementi moderati della sinistra, tutti coloro che … accettavano la legittimità dell’ordine liberale. Lo scenario sarà lo stesso con il dreyfusismo e il Blocco, e in seguito con il Fronte popolare. Così, rispetto ai guedisti, blanquisti e radicali d’estrema sinistra, si erge al tempo del boulangismo una coalizione opportunistico-radicale, già appoggiata all’ala destra del socialismo – i possibilisti. Dieci anni dopo, quando la destra radicale sembra di nuovo tenere i quartieri popolari delle grandi città, il centro liberale non riesce a tenerle testa se non grazie all’appoggio di tutte le frazioni del socialismo. Al tempo dell’Affaire Dreyfus, il socialismo francese abbandona infatti tutte le sue velleità rivoluzionarie e getta le basi del Blocco: fuori del consenso liberale … resteranno … solo il sindacalismo rivoluzionario con Sorel e Berth, il gruppo di Hervé riunito intorno alla “Guerra sociale”, il gruppo del “Mouvement socialiste” con Lagardelle e quello di Janvion che pubblica “Terre libre”. Tutti questi elementi contestatori del primo anteguerra prenderanno … la via del fascismo o della collaborazione ideologica con la Germania. Lo stesso accadrà alla generazione del 1930; i rivoltosi non resisteranno mai al fascino del fascismo (…). E’ un dato di fatto che, all’interno della sinistra, resisteranno solo, da un lato, l’elemento marxista ortodosso, trincerato dietro il suo partito … e la sua fedeltà all’Unione Sovietica e, dall’altro, questo elemento che è socialista solo perché è democratico (…). Il Cartello delle sinistre e soprattutto il Fronte popolare saranno espressioni dello stesso meccanismo che aveva permesso un tempo alla Repubblica liberale di superare le due grandi crisi della fine del XIX secolo. Il fronte comune della borghesia liberale, della sinistra marxista … e del centro liberale, costituisce invariabilmente la stessa risposta al medesimo pericolo: la pressione di piazza esercitata dalla destra radicale (…). E’ stato così nel 1888-1899 e nel 1934-1936: la radicalizzazione della destra ha per effetto immediato l’avvio di un processo di slittamento verso il centro e di integrazione nel consenso liberale della grande maggiorana della sinistra. Nel 1936, questo processo includerà il partito comunista (…). Ma il processo perpetuo di slittamento verso il centro è sempre compensato dall’ascesa simmetrica, a destra, di una forza nuova, più giovane e più aggressiva, che si vale di un’ideologia più radicale e che a sua volta riparte all’assalto del liberalismo (…). Dalla sconfitta dell’antidreyfusismo nascerà l’“Action Francaise”. Poi, dieci anni più tardi, i maurrassiani contribuiranno al lancio del Circolo Proudhon da cui discenderà, all’indomani della guerra, il “Faisceau” di George Valois» (op. cit. pp. 47-51).

Questa lunga citazione di Sternhell serve per farci capire tre cose.

Innanzitutto che quella che Sternhell chiama “democrazia liberale” nasconde nel suo seno, anche se egli non lo dice, la costante possibilità dell’imporsi egemonico del potere della finanza speculativa. Alla stregua di quella dei tempi del boulangismo, anche la Repubblica francese di oggi, contro cui insorgono i gilet gialli, appare come un comitato d’affari di banchieri e di speculatori. Quindi la sinistra che si pone a sua difesa sta servendo gli interessi dei capitalisti globalisti. Unico nella odierna sinistra francese che lo ha compreso è Mélenchon.

In secondo luogo che – fatto salvo lo scenario attuale molto diverso (oggi non esiste più l’Urss, né il comunismo organizzato) – quanto sta accadendo nei nostri giorni in Francia è, per certi aspetti, la replica di quel che accadde negli anni ’30 ed, ancora più lontano nel tempo, nell’ultimo decennio dell’Ottocento. Di fronte all’insorgere di una cultura politica, figlia ribelle della modernità, che però mette in discussione le basi della modernità liberale nella quale vede, per molti versi non a torto, il paravento costruito per garantire il dominio del capitale finanziario cosmopolita, si forma immediatamente una “Union sacrée” tra le forze moderate, liberali e socialiste, le quali, mentre servono gli interessi della finanza apolide, credono di difendere la democrazia liberale e neanche sembrano essere sfiorate dall’idea che la migliore difesa della democrazia liberale, dal pericolo “fascio-sovranista”, sarebbe la purificazione della stessa da ogni connivenza e complicità con l’usura finanziaria. Eppure esiste un precedente storico che dovrebbe far aprire gli occhi: quello di Roosevelt che, con le sue politiche keynesiane negli anni trenta, evitò il disgregarsi della democrazia americana. Da come si comportano le attuali forze “anti-sovraniste”, in Italia ed altrove, non sembra proprio che ci sia da sperare in alcuna riforma democratica per reprimere lo strapotere finanziario. Altrimenti l’amico Soros potrebbe arrabbiarsi e non finanziarie più i partiti anti-populisti e le ong. Certo nelle rivolte popolari, come quelle dei gilet gialli, non si può parlare di una cultura politica organizzata e radicata in un processo di elaborazione intellettuale, come quello che ebbe luogo a cavallo degli ultimi due secoli, ma senza dubbio può parlarsi di un sentire diffuso nel quale certe idee, proprie del nazionalismo sociale o del socialismo nazionale, tornano, riemergono, nelle confusione generale. Del resto confusa era la scena anche alla fine del XIX secolo e negli anni ’30 del XX secolo.

In terzo luogo che se la replica dello scenario descritto da Sternhell, una replica senza dubbio molto meno drammatica e tragica dell’originale, non è solo francese – si pensi all’Italia del governo gialloverde attaccato dal cartello politico moderato Pd-Forza Italia – in Francia, tuttavia, per i motivi storici ben descritti dallo storico israeliano, essa ha una sua particolare valenza politica e sociale.

I Jaunes del primo novecento

Ed è per questo che dalla ricostruzione della vicenda boulangista è bene ora passare a quella del movimento dei “Jaunes” del primo novecento. Che sia per un effetto carsico della storia oppure per una deliberata, e non detta volontà, ma i gilet jaunes di oggi, consapevoli o meno che ne siano, hanno assunto lo stesso nome del movimento che nella Francia del primo novecento fu l’erede del socialismo nazionale boulangista.

Il movimento Jaunes del primo novecento sorse, ereditando il socialismo nazionale del boulangismo e dell’antidreyfusismo, tra il 1900 ed il 1908 guidato da un vecchio e battagliero sindacalista, Pierre Biétry. La sua comparsa è quasi contestuale a quella dell’Action Francaise di Charles Maurras ed Edouard Drumont, a destra, mentre a sinistra trova corrispondenza nel sindacalismo rivoluzionario di Sorel, Hervé e Lagardelle. I “gialli”, a loro volta, lasceranno in eredità il loro socialismo nazionale alla successiva generazione degli anni ’30, i “gauchistes” dell’anteguerra che getteranno le fondamenta del terzo socialismo nazionale, quello che porterà più appropriatamente il nome “fascista”.

Pierre Biétry (1872-1918) fu soldato in Algeria ed operaio. Diventato organizzatore sindacale, aderì al Partito Operaio Francese, fondato da Jules Guesde. Quest’ultimo fu il promotore del marxismo in Francia dopo la repressione della Comune parigina e tuttavia nello statuto del POF aveva fatto scrivere che “l’internazionalismo non è né lo svilimento né il sacrificio della Patria” e che “la Francia non avrà difensori più ardenti dei socialisti e del movimento operaio”, affermazioni di principio sulla cui base nel 1914, con un  percorso analogo a quello del socialista Benito Mussolini in Italia, fece aderire il Partito Operaio all’“Union sacrée” per la guerra patriottica, interpretata in chiave di momentanea alleanza con la borghesia per avviare, dopo la vittoria militare, la rivoluzione sociale.

Biétry colse in pieno la sottesa corrispondenza tra nazione e socialismo insita nel pensiero di Guesde e nel 1899 organizzò una marcia nazionale operaia su Parigi. L’intervento dell’esercito disperse il tentativo di conquista operaio-nazionale delle istituzioni parlamentari. Nel 1901 Biétry aderì al sindacato giallo di Paul Lanoir divenendone nel 1902 il capo. Lo slogan del sindacato giallo – “Lavoro, Famiglia, Patria” –  racchiudeva tutto il programma del socialismo nazionale e non a caso fu ripreso dal maresciallo Pétain nel 1940 al momento dell’inaugurazione della triste pagina della Francia di Vichy. Nel 1903 Biétry fondò anche un Partito Socialista Nazionale (PSN) ben presto però sciolto d’autorità dalla Repubblica.

Benché sia stato una meteora nel panorama politico della Francia di inizio novecento, il movimento giallo ha rappresentato una pietra miliare nella formazione delle idee del socialismo nazionale. E’ con esso che la destra popolare e socialisteggiante, formatasi nell’esperienza boulangista, acquisì una dimensione veramente proletaria. Il sindacalismo giallo raccolse intorno a sé molti sindacalisti dissidenti conferendo una veste operaia al socialismo nazionale in maturazione da almeno vent’anni. Al richiamo di Biétry risposero i vecchi blanquisti e molti guedisti ma anche i maurrassiani che nel 1906, anno dell’ingresso dello stesso Biétry in parlamento, si avvicinarono ai Jaunes vedendo in essi i portatori di quella base di massa squisitamente operaia che ancora l’Action Francaise non possedeva. Il movimento giallo, erede del boulangimo, preparò a sua volta la strada per il partito fascista più operaio della Francia anni ’30, il Partito Popolare Francese fondato dal comunista nazionalista Jacques Doriot.

I “gialli” di Biétry  conferirono al socialismo nazionale francese quel carattere francamente proletario che lo radicò anche negli strati più popolari mentre fino ad allora esso era rimasto per lo più confinato ai ceti medi. Quello Jaunes fu un movimento di massa proletario ma antimarxista perché riprendeva l’essenziale dell’ideologia socialista-nazionale preconizzando un “socialismo francese” ed un “sindacalismo nazionalista” che avrebbe dovuto cementare l’“unità nazionale degli operai e dei padroni” sulla base di un programma di giustizia sociale volto alla equa redistribuzione tra tutte le classi della ricchezza prodotta. Alla base di tale programma vi era la convinzione, di matrice saint-simoniana, che alla produzione della ricchezza nazionale non concorre solo il capitale ma anche il lavoro e che l’impresa non è una realizzazione soltanto imprenditoriale ma anche operaia. Sicché per Biétry ed i gialli la via da seguire era quella del riavvicinamento, se non addirittura della riunificazione, tra capitale e lavoro ossia della riduzione fino all’eliminazione della separazione che ha dato origine al capitalismo, quella tra la proprietà dei mezzi di produzione, rimasta prerogativa dei soli imprenditori, e salario quale retribuzione marginale, nella redistribuzione della ricchezza, dei lavoratori.

La riconciliazione e la fusione tra capitale e lavoro è pensata da Biétry sulla base di due tesi che, già elaborate sin dal 1890 nell’esperienza boulangista, resteranno proprie del socialismo nazionale in tutte le sue forme, ma che non appartengono soltanto al suo background condividendole esso anche con il Cattolicesimo sociale e con la social-democrazia. Si tratta dell’accesso dei lavoratori alla proprietà del capitale produttivo e della partecipazione agli utili da parte degli stessi lavoratori. Non l’abolizione, dunque, della proprietà ma la sua redistribuzione.

Rifacendosi alle idee dei boulangisti Barrès e Naquet, che volevano distribuire agli operai la “forza meccanica” come un tempo si progettava di distribuire la terra ai contadini, Biétry preconizza soluzioni che portino alla ripartizione della proprietà industriale tra i lavoratori. Questo genere di idee socializzatrici – si badi – erano ampiamente diffuse a cavallo dei due secoli e lo resteranno, condivise da diverse famiglie politiche, per tutto il XX secolo. L’obiettivo è la realizzazione dell’integrazione del proletariato nella comunità nazionale.

Il programma “giallo” faceva proprio il punto forte del socialismo nazionale ossia la deproletarizzazione della classe lavoratrice attraverso la sua nazionalizzazione ossia la sua partecipazione, alla pari con il capitale produttivo, alla produzione ed alla redistribuzione della ricchezza nazionale.

I Jaunes di inizio secolo scorso, del resto, erano consapevoli del fatto che le loro idee programmatiche si richiamavano anche al retaggio del Cattolicesimo intransigente ottocentesco dal quale – e non dal Cattolicesimo liberale – era scaturito il movimento sociale cattolico che aveva trovato consacrazione nella Rerum Novarum di Leone XIII. Ma il movimento Jaunes, nelle questioni religiose, ufficialmente era “maurassiano”, ossia oggi diremmo “ateo devoto” e, sulla scorta di Renan e Taine, guardava al Cattolicesimo come ad un collante sociologico e storico della nazione. Non voleva essere, cioè, un partito confessionale. Non professava, pertanto, una adesione alla fede cattolica in sé stessa, ossia come autentica scelta spirituale (fatte salve ovviamente le opzioni personali degli aderenti al movimento che ben potevano professare apertamente la propria dichiarata fede cattolica).

Nonostante questo approccio solo politico al Cattolicesimo, un aspetto che tendeva senza dubbio ad avvicinare il socialismo nazionale dei Jaunes di Biétry al Cattolicesimo sociale – un argomento che resterà sempre presente nei successivi sviluppi dell’uno come dell’altro e che è del tutto valido ancora oggi per quanto riguarda l’analisi della realtà del funzionamento dell’attuale assetto dell’economia – è la chiara consapevolezza della distinzione tra capitale produttivo, immobilizzato per scopi di produzione sociale della ricchezza, e capitale finanziario, borsistico, speculatore, parassitario e rentier.

«Un collaborazione essenziale – scrive Sternhell – di questa collaborazione delle classi è la collaborazione del Capitale e del Lavoro poiché, secondo la tradizione socialista nazionale che ritroviamo quasi testualmente nel fascismo, ci sono due tipi di capitale: c’è “capitale che specula e capitale che lavora”. Quest’ultimo è un fattore chiave della produzione, del benessere e della ricchezza collettiva e differisce sostanzialmente dal capitale di borsa, che, il più delle volte, è … straniero e che è all’origine dell’asservimento del popolo».

Si noti che questa distinzione tra capitale sociale e capitale parassitario è una componente presente in tutti i movimenti del socialismo nazionale indipendentemente dal grado di industrializzazione del Paese di riferimento. Se la troviamo nella Francia già molto avanzata nel processo di industrializzazione sia agli inizi del XX secolo sia, a maggior ragione, negli anni ’30 di quel secolo, possiamo prenderne atto anche in Paesi molto più indietro nella modernizzazione come la Spagna, prossima alla guerra civile del 1936-39, tanto nei 27 punti programmatici del falangismo originario di José Antonio Primo De Rivera quanto nel programma del socialista spagnolo Indalecio Prieto.

Le aperture dell’ala sinistra del nazionalismo francese, organizzatosi nell’Action Francaise, ossia dei maurrassiani di sinistra, verso il mondo operaio – analoghe a quelle dei nazionalisti italiani di Rocco che favorirono la formazione dell’Associazione Operaia Nazionalista nel 1910 – travalicarono la breve esperienza dei Jaunes per rivolgersi direttamente ai dissidenti dell’estrema sinistra ed al sindacalismo rivoluzionario. I maurrassiani compresero, ad inizio novecento, che la classe operaia – all’epoca in Francia rappresentata dalla CGT che andava muovendosi su posizioni produttiviste avanzate – era pronta per la svolta verso il socialismo nazionale.

Del resto, il produttivismo fu la piattaforma che anche in Italia andava assumendo il socialismo eterodosso, come conseguenza dello scoprire con la guerra ’14-18 del potenziale unitario del sentimento patriottico fino a perorare l’unione di Classe Operaia e Nazione. Verso il produttivismo finì per volgersi anche il massimo rappresentante del socialismo rivoluzionario italiano ossia Benito Mussolini a seguito della rottura nel 1914 con il socialismo ufficiale, immobile nel suo neutralismo anti-bellico. Più tardi, nel 1920, “Il Popolo d’Italia” – che non a caso recava la denominazione di “quotidiano dei produttori” – si fece sostenitore dello “sciopero partecipativo” di Dalmine, durante il quale le maestranze di una locale industria, nella totale incomprensione della dirigenza aziendale e delle autorità governative, assunsero in autogestione la produzione, senza interromperla, allo scopo di dimostrare la loro maturità sociale e la loro fedeltà nazionale, issando il tricolore anziché la bandiera rossa.

Ritorno al presente

«Il movimento giallo – scrive ancora Sternhell – è un prodotto autentico e spontaneo dell’ambiente operaio. Durante i primi anni del XX secolo esso gode di una densità sociologica incontestabile. Come il boulangismo di sinistra … i Jaunes dispongono di un uditorio considerevole nei centri operai. Essi si dedicano così alla costruzione di un vero corporativismo. (…). Il proletariato industriale … non è necessariamente impermeabile ad una certa forma di socialismo nazionale … e non può essere considerato essenzialmente restio ad un’ideologia nel contempo anticapitalista … ed autoritaria. La sua ricettività ad un complesso ideologico … popolare e socialisteggiante è funzione della congiuntura socio-economica, delle condizioni politiche che prevalgono in un dato momento, in una data società, e non dei rapporti di produzione» (Sternhell, op. cit., p. 57).

Ed è qui che ora torniamo ai nostri giorni, all’attualità francese ed europea di oggi, ai Jaunes odierni, inconsapevoli eredi dei “gialli” di Biétry di inizio novecento. Perché se è vero che molte cose sono cambiate – oggi non possiamo più parlare di proletariato industriale come a quei tempi, né di sindacalismo di classe come allora, né ancora di industrializzazione meccanica data l’economia digitale postmoderna dei nostri anni – è tuttavia anche vero che per altri aspetti lo scenario è simile.

Oggi come allora si tratta dello scontro tra i produttori – ossia tra l’alleanza del capitale produttivo e del lavoro – e la finanza speculativa che ha egemonizzato, forse oggi più di ieri, l’economia fino a controllare ormai persino gli Stati. Restano anche oggi validi tutti i motivi che allora, nella prima metà del secolo scorso, indussero nazionalisti e socialisti, imprenditori ed operai, a cercare nell’unità nazionale, nel socialismo nazionale, la solidarietà interclassista contro il capitalismo apolide e transnazionale che ha tentato ieri, senza riuscirvi in pieno, e sta invece pienamente realizzando oggi l’unificazione finanziaria del mondo, il globalismo, a danno dei popoli, dei ceti medi e dei lavoratori, impossibilitati questi, per ovvi limiti naturali e radicamenti culturali e familiari, ad organizzarsi su scala mondiale onde opporsi allo strapotere della finanza transnazionale e che, quindi, tentano perlomeno di ergere difese sociali innalzando muri ai confini nazionali. Non solo, si badi, contro l’immigrazione – in una triste lotta tra poveri nella quale l’operaio autoctono cerca di impedire il dumping salariale che l’esercito industriale di riserva degli immigrati, che la finanza apolide proprio per questo favorisce in ingresso, fa alle sue conquiste sociali ottenute nel quadro dello Stato nazionale –  ma soprattutto contro la mobilità del capitale. Per questo i movimenti populisti e sovranisti sono oggi il fumo negli occhi della finanza capitalista, degli speculatori popperiani fautori della “società aperta” come George Soros e della sinistra globalista che, come il Blocco francese del 1890 ed il Fronte popolare del 1936, credendo di difendere la democrazia, non fa altro che servire da utile idiota l’egemonia mondiale della finanza asociale ed apatride, della mal genia degli speculatori.

La storiella di Mario Draghi

Il “venerato” (e forse anche “venerabile”) Mario Draghi, maestro del globalismo in salsa eurocratica, ha tenuto il 15 dicembre scorso, presso l’Università Sant’Anna di Pisa, una lectio magistralis, che secondo Antonio Socci è stata piuttosto una sorta di manifesto politico in vista del suo passaggio dalla BCE a Palazzo Chigi come presidente di un governo golpista in caso di fallimento dell’attuale governo giallo-verde. Infatti, immediatamente detta lectio è stata ripresa e strombazzata dai tutti i media come un “alto monito” contro il sovranismo.

Mario Draghi ha detto molte cose e pertanto ci soffermiamo sulle principali per esaminare il paradigma al quale si ispira il suo pensiero economico per comprendere i motivi per i quali egli ignora, o fa finta di ignorare, le dure lezioni della storia recente.

Scopriamo, così, dalle parole di Draghi che come italiani ed europei stiamo rientrando nella storia. Ohibò! Pensavamo noi tutti di viverla questa storia, benché avversa. Invece il “venerato” Bancocrate, Presidente ancora per poco della BCE, ci fa sapere che il progetto eurocratico ha avuto il senso di una fuoriuscita dell’Europa dalla storia! D’accordo l’Europa fuori dalla storia è ormai almeno dal 1945 ma tutti noi avevamo creduto – almeno così diceva la propaganda intorno al 2000/2002 – che L’UE e la moneta unica avrebbero dovuto farci recuperare una qualche soggettività anche politica sullo scenario della storia. Invece, a quanto pare, secondo il Draghi-pensiero l’euro ci ha protetti perché la storia è cattiva, piena di pericoli, ed è quindi meglio starne fuori delegando sovranità e decisione politica ad altri. Sotto il profilo militare alla Nato, come sappiamo dopo il 1945, e sotto il profilo economico alla Commissione di Bruxelles ed alla BCE.

E da cosa, secondo Draghi, dovremmo dedurre che stiamo rientrando nella storia sicché ci conviene non privarci dell’ombrello della moneta unica? Dal fatto che – questa è la risposta di Draghi –  ovunque si diffondono simpatie per soluzioni politiche “illiberali” (parola di massima negatività nel gergo iniziatico dei globalisti).

Ora, se la constatazione di Draghi è senza dubbio veritiera, è altrettanto vero che ci sono molte ragioni, anche di ordine economico, per le quali questo sta accadendo ci sono. Ma Mario Draghi non le ha affatto spiegate. Anzi è venuto a raccontarci la solita storiella, la falsa narrazione, con la quale da trent’anni a questa parte gli adepti del neoliberismo e del globalismo hanno fatto credere ai popoli che rinunciando alla sovranità monetaria, aprendo indiscriminatamente le frontiere ai movimenti del capitale, favorendo la finanziarizzazione dell’economia, praticando politiche dal lato dell’offerta e comprimendo la domanda mediante la precarizzazione del lavoro (fatta passare come flessibilità delle opportunità di lavoro) l’umanità avrebbe raggiunto l’Eldorado, il Paradiso in terra, la fine della storia nella pace e nella prosperità globale senza più povertà, senza più ingiustizie, senza più fame.

Nella sua penosa lezione, per studenti “Erasmus generation” indottrinati all’ortodossia mainstream – come il povero giovane reporter ucciso nell’attentato di Strasburgo ed immediatamente santificato dai media quale esempio del giovane europeista di belle speranze ed ottimisticamente fiducioso nelle “magnifiche sorti e progressive”, nel “sol dell’avvenire” che si sta per alzare all’orizzonte della vita dei popoli del mondo – Mario Draghi ha infatti narrato la solita rifritta storiella secondo il paradigma dominante, ossia:

  • che il debito pubblico italiano è salito negli anni ’80 a causa dell’eccessiva spesa sociale ed improduttiva;
  • che la disoccupazione è dovuta al deficit di offerta ovvero alla mancanza di investimenti industriali privati bloccati dall’eccesso di regolamentazione contrattuale e dalle troppe garanzie a tutela del lavoro;
  • che l’eccessiva (???) sindacalizzazione blocca l’espansione industriale;
  • che l’alta inflazione degli anni ’70 era dovuta all’eccesso quantitativo di moneta in circolazione causato dalla spesa pubblica e dall’indicizzazione salariale non legata alla produzione;
  • che l’euro ci ha salvato da una situazione politica e sociale bloccata perché ci ha imposto il rigore esterno a compensazione dell’incapacità della classe politica della prima Repubblica di limitare le pretese sindacali e la domanda sociale.

Insomma Mario Draghi non ha fatto altro che rispolverare la solita narrazione decantata da decenni dai padroni del vapore, dai monetaristi, dai neoliberisti – una narrazione che ha anche qualche elemento di verità ma non sufficiente per spiegare l’attuale fallimento delle ricette imposte per i problemi di allora – e poco importa se, ad un certo punto del suo discorso, abbia concesso, bontà sua, che l’architettura dell’Unione Europea debba essere ripensata in modo da lasciare agli Stati un margine un po’ (ma solo un po’) più ampio di manovra di bilancio come strumento – attenzione!, temporaneo, perché sia mai che i popoli riacquisiscano il gusto della sovrana libertà! – per fronteggiare le fasi di recessione con misure anticicliche.

Non sarà certo sufficiente questa moderata concessione di stampo keynesiano ad impedire che il suo, tradito, maestro, l’onesto Federico Caffè, si rivolti nella tomba, tuttora ignota dato che il grande economista scomparve senza lasciare traccia di sé. Infatti, piccola apertura keynesiana a parte,  Draghi ha citato, non a caso, le tesi di Robert Mundell, l’economista liberista assertore della teoria della “aree monetarie ottimali”. Secondo questa teoria ad unicità di mercato risponde automaticamente, per spontaneità naturale, l’unicità monetaria, senza che gli Stati, le Autorità politiche, la politica comune o condivisa di bilancio, compresa la condivisione del debito (che nell’eurozona non piace alla Germania), abbiano nulla da dire o fare in proposito.

Mario Draghi ha dunque spiegato molte cose, secondo l’ortodossia mainstream alla quale egli aderisce, ma non ha spiegato:

  • che negli anni ’80 il debito pubblico italiano è cresciuto a causa degli alti interessi che lo Stato per via del divorzio tra Tesoro e Bankitalia ha dovuto e deve tuttora pagare agli esosi mercati della speculazione finanziaria ossia alle grandi banche d’affari speculatrici;
  • che la disoccupazione è un problema dipendente soprattutto dal deficit di domanda ossia dal basso reddito a disposizione dei lavoratori i quali sono anche consumatori sicché il basso consumo non attira gli investimenti industriali che si insediano piuttosto nelle zone ad alta domanda e quindi ad alto reddito e consumo;
  • che, per ovviare al problema della deflazione salariale, il neoliberismo ha incentivato, mediante la liberalizzazione della finanza, l’indebitamento del ceto medio e della working class verso le banche come è accaduto in America ed in Europa negli ultimi decenni;
  • che l’alta inflazione degli anni ’70 non fu una inflazione monetaria ma una inflazione da costi causata dalle due crisi petrolifere del 1973 e del 1979 le quali fecero schizzare alle stelle il prezzo del greggio e di conseguenza i costi di produzione ed i costi al consumo dei beni;
  • che il rigore esterno imposto dall’euro, impedendo la svalutazione monetaria (la quale se inefficace alla lunga, resta comunque, fino a che non c’è un mercato con regole eguali per tutti, un utile strumento di difesa, dal dumping estero, alternativo alla svalutazione dei salari dei nostri lavoratori), ci ha resi schiavi dello strapotere tedesco nell’eurozona.

E soprattutto non ha spiegato che la sua carriera è decollata non solo per le sue alte ed indubbie competenze scientifiche ma anche per effetto della, e dopo la, riunione cui partecipò, nel 1992, quale direttore del ministero dell’economia italiano, sul panfilo Britannia, di proprietà di sua maestà la regina di Inghilterra, per intrattenersi a colloquio con i rappresentanti delle grandi banche d’affari anglo-americane, le stesse che di lì a poco sarebbero state le principali beneficiarie del primo programma di privatizzazione dell’industria pubblica nazionale (in sostanza lo smantellamento dell’IRI di fascista creazione): una vera e propria svendita – in quegli stessi mesi la lira, sotto attacco speculativo dell’“amico” Soros, fu costretta ad uscire dallo Sme, svalutando – dei nostri beni nazionali.

La lezione appresa dai nostri padri e la “profezia “ di Maritain

Se dunque quella sopra delineata è stata la storia politico-economica italiana dell’ultimo quarantennio – vista da due visuali diverse, quella mainstream di Draghi e quella eterodossa non certo dello scrivente ma di competenti economisti non mainstream, quali Sergio Cesaratto ed Alberto Bagnai – anche la Francia, soprattutto nell’ultimo decennio, a seguito della crisi indotta dal modello neoliberista, ha subito effetti e conseguenze della deindustrializzazione e dell’impoverimento dei ceti medi e popolari. Che Macron, espressione non solo politica ma anche culturale del globalismo, non può proteggere e che, pertanto, si ribellano.

Da quanto abbiamo fin qui spiegato, le ragioni per le quali oggi i “gialli” francesi insorgono sono analoghe a quelle dei boulangisti di fine ottocento, dei Jaunes di Biétry del primo novecento e dei nazional-rivoluzionari del 6 febbraio 1934.

Alla luce di cotanti precedenti storici, l’argomento all’ordine del giorno del dibattito pubblico dovrebbe essere quello di come poter recuperare e fare ancora nostra la grande lezione che la generazione coinvolta nella seconda guerra mondiale a sua volta apprese dagli eventi tragici della prima parte del secolo scorso. Intendiamo dire che è un falso storico quello per il quale il dopoguerra sarebbe stato l’assoluta negazione delle istanze e, dove essi governarono, delle realizzazioni politiche e sociali dei fascismi. E’ piuttosto vero che quelle realizzazioni furono democratizzate ed adattate al regime di libertà e che le istanze di giustizia sociale nel contesto nazionale furono, per certi aspetti, riprese in chiave, appunto, democratica.

La Repubblica italiana nata dalla resistenza antifascista, ad esempio, ha mantenuto in perfetta continuità istituzionale l’architettura dirigista e sociale del regime fascista. I segni della conservazione dell’architettura politico-sociale ed istituzionale del fascismo, in forma democratizzata, sono evidenti dappertutto nella vigente Costituzione del 1946 come pure nella legislazione anni ’30 non abrogata, almeno fino agli anni ’80, in regime postfascista: dall’IRI alla Legge Bancaria del 1936 che pubblicizzò la Banca Centrale e l’intero sistema nazionale del credito; dall’efficacia erga omnes dei contratti collettivi di lavoro insieme al (benché inattuato) riconoscimento giuridico dei sindacati di cui all’articolo 39 della Costituzione, fino al CNEL concepito come Camera corporativa, anche se con ruolo solo consultivo, delle competenze sindacali e professionali; dal dirigismo economico di stampo keynesiano e dall’economia mista pubblico/privato alla, benché molto annacquata, partecipazione dei lavoratori di cui all’articolo 46 della Costituzione e via dicendo.

I padri costituenti erano perfettamente coscienti che il fascismo era nato, come risposta di massa, dalla crisi del liberismo e che quindi era stato portatore di esigenze sociale ineludibili dalle quali non si poteva più prescindere, con un semplice ritorno al prefascismo come avrebbero voluto i vecchi liberali alla Orlando ed alla Croce. Sicché piuttosto che abolire le istituzioni create dal regime fascista le democratizzarono. Anzi, in alcuni casi, come nella creazione sul troncone dell’Agip, istituita dal regime, dell’ENI, nato dalla collaborazione del partigiano cattolico Enrico Mattei e dell’ingegnere fascista direttore dell’Agenzia petrolifera del ventennio, si marciò nella stessa direzione impressa dal dirigismo socialista nazionale, non al contrario. Del resto questa democratizzazione era già stata auspicata dai fascisti di sinistra più avveduti come Giuseppe Bottai che, da ministro delle corporazioni, lavorava per sostituire le nomine sindacali dall’alto con libere elezioni dal basso.

Gino Germani, uno dei più noti storici dei fascismi, ha scritto che lo stesso rooseveltismo, negli Stati Uniti degli anni ’30, può essere considerato il massimo grado di fascismo, ossia, nel suo linguaggio, di dirigismo economico, che una società democratica come quella americana può assorbire. In effetti, dopo la crisi del 1929, Roosevelt, il quale inviava i suoi tecnici nell’Italia fascista per imparare le tecniche dell’economia diretta e partecipata, con le sue politiche keynesiane evitò agli Stati Uniti lo scivolamento verso la dittatura che invece il liberismo deflazionistico di Brüning non impedì, anzi favorì, nella fase finale della Germania di Weimar. Questi diversi esiti  stanno lì a dimostrare che se le democrazie non sanno trovare adeguate risposte ai problemi di cui si fanno carico le soluzioni fasciste o ciò che ad esse assomiglia, o potrebbe nel mutato scenario attuale, assomigliare, esse sono destinate al fallimento.

Come detto è stata questa la grande lezione che, nel dopoguerra, fu applicata in tutti gli Stati occidentali, sebbene sotto silenzio ossia senza riconoscere il debito storico e culturale delle democrazie, che in quel momento da liberali diventano anche sociali, verso il socialismo nazionale. Esse preservarono di quest’ultimo ciò che era buono per evitare il male, ad esempio il razzismo e la volontà egemonica nei rapporti tra Stati, che in esso covava.

Jacques Maritain, che da giovane era stato militante dell’Action Francaise e che quindi conosceva molto bene ciò di cui parlava, nella sua successiva fase da cattolico democratico, in “Humanisme intégral”, la propria opera principale non a caso scritta nel fatidico 1934 e pubblicata due anni dopo, quindi coeva agli eventi, riconobbe con onestà intellettuale che i fascismi erano portatori di «molti valori umani autentici, quali l’istinto di comunità nazionale e l’amore della patria» e che essi si appellavano a numerose verità sociali e politiche, in particolare, egli sottolineava, «alla critica dell’individualismo liberale e della democrazia fittizia, all’importanza accordata alla tensione creatrice, al sentimento diretto e popolare dell’autorità, alla nozione vitale della comunità del popolo» ma aggiungeva, tuttavia, che i fascismi non avrebbero potuto «impadronirsi di ciò che è più profondo nel movimento della storia per imprimergli – ciò che è impossibile se si nega il principio della persona e della libertà – una direzione veramente umana e liberatrice». Anzi, a giudizio di Maritain, i fascismi, pur lottando contro il comunismo, rischiavano di attirarlo e di incappare in identici infortuni storici.

Orbene, al di là di qualunque cosa si pensi del personalismo maritainiano nel suo controverso rapporto con il Cattolicesimo ed in particolare con il suo neotomismo – non è questo il problema ora qui in discussione –, vogliamo sottolineare come il filosofo francese, in quei passaggi, stava ammonendo le democrazie liberali. Secondo Maritain, se non si fossero fatte carico di quei “valori umani autentici”, ad iniziare dal senso di appartenenza alla comunità nazionale e quindi dalle politiche di controllo sociale e popolare del capitalismo, “valori autentici” che i fascismi, benché con mezzi a suo giudizio errati, invece difendevano, le democrazie avrebbero fallito.

In questo Maritain è stato buon profeta. Infatti, passata la generazione della guerra ed invecchiata quella immediatamente successiva (alla quale lo scrivente, nato nel 1963, appartiene), nonostante  l’assillo annuale delle strumentali giornate “della memoria” e “del ricordo”, spesso di uso politico, le nostre società democratiche hanno dimenticato la grande lezione della prima metà del secolo ed hanno accettato lo smantellando neoliberista dell’apparato istituzionale ereditato dai fascismi, che i nostri padri si erano ben guardati dall’abolire e che semplicemente democratizzarono, per ricadere così nella stessa trappola dell’abdicazione della sovranità, quindi della democrazia, ai poteri finanziari globali, che quasi novanta anni fa ebbe come tragica ma comunque, di fronte alle deficienze democratiche del tempo, necessaria e salutare risposta immunitaria nei socialismi nazionali.

Appare pertanto ad un tempo inutile e ridicolo l’allarme lanciato da Mario Draghi sul diffondersi della simpatia popolare verso soluzioni politiche “illiberali” nel tentativo difensivo di porre rimedio all’inefficienza del libero mercato ed allo strapotere mondiale della finanzia autoreferenziale ed antisociale.

Applausi, quindi, ai gilet gialli francesi, nella speranza che la loro insorgenza possa contribuire ad aprire gli occhi ai tecnocrati di Bruxelles e far ad essi comprendere l’avvertimento di Maritain.

Per quanto, invece, riguarda le faccende di casa nostra dobbiamo, purtroppo, registrare la quasi debacle di un governo sovranista, eletto democraticamente, che sta per cedere al diktat di Bruxelles mentre va impelagandosi su questioni del tutto secondarie come la “prescrizione”, l’“anticorruzione”, l’“eco-tassa”. Questioni che un governo, se fosse consapevole del ruolo per il quale è stato votato e del fatto che rappresenta la speranza di tutti i sovranisti europei, posporrebbe senza esitazione al momento successivo alla vittoria nella partita della sovranità di bilancio ingaggiata con la nomenklatura europoide.

Ma questo richiede un altro articolo e per il momento ci fermiamo qui.

Luigi Copertino

Questa voce è stata pubblicata in Conflitti, Economia & Finanza, Francia, Politica, Società. Contrassegna il permalink.

Lascia un Commento