A chi baciamo le mani Signor Presidente?

Dopo la menzione nel discorso di insediamento davanti alle camere riunite in seduta comune di Stefano Taché, “ucciso nel vile attacco terroristico alla sinagoga di Roma nell’ottobre 1982” che è stato preso ad esempio per condannare la pratica della violenza in nome della religione (ammesso e non concesso che di questo trattasi), avrebbe dovuto essere affermato altrettanto chiaramente che non si deve ammettere nelle relazioni internazionali nemmeno la pratica del terrorismo di stato così come da decenni il sionismo la sta portando avanti per far valere con la forza i suoi “diritti”, una sorta di olocausto a parti invertite che nel 2014 nella sola Palestina ha provocato 2000 morti di cui 600 bambini. Ma siccome la memoria, quella che dovrebbe esprimersi con l’intelligenza, in un sistema sclerotizzato funziona bene per il passato remoto mentre fa cilecca per quello prossimo,  forniamo qualche dato per ricordare il contesto di violenza generale in cui avvennero quei fatti, peraltro simile a quello di oggi, salvo che ora siamo in presenza dell’annientamento quasi completo di un popolo (quello palestinese) e rimane solo il sionismo che si badi bene, non è affatto identificabile con Israele come vorrebbe far credere qualcuno maliziosamente, a proporsi come vittima, ma soprattutto carnefice. Comunque fra vivi (Bonino-Pannella-Ferrara) e morti (Spadolini-Fallaci) che ci hanno indicato chiaramente qual è la sola parte “giusta” dalla quale è più opportuno schierarsi, alla faccia dell’onestà intellettuale, è in buona compagnia signor presidente, anche se ha perso un’occasione veramente unica per affermare sinceramente la sua onestà e “novità” rispetto a questo “stallo” di cose, mostrando che della Verità che per un cattolico dovrebbe avere un valore profondo  e non negoziabile, non si può fare mercimonio. Ma proprio per questo può stare tranquillo signor presidente, baciamo le mani, quelle “giuste”!

A&B

18/09/2015:

Il massacro di Sabra e Shatila (in in arabo: مذبحة صبرا وشاتيلا, madhbaḥa Ṣabrā wa-Shātīlā) fu l’eccidio, compiuto dalle Falangi libanesi, l’Esercito del Libano del Sud e l’esercito israeliano, di un numero di civili compreso fra 762 e 3.500, prevalentemente palestinesi e sciiti libanesi.

Elaine Carey scrive sul quotidiano Daily Mail del 20 settembre 1982:

« Nella mattinata di sabato 18 settembre, tra i giornalisti esteri si sparse rapidamente una voce: massacro. Io guidai il gruppo verso il campo di Sabra. Nessun segno di vita, di movimento. Molto strano, dal momento che il campo, quattro giorni prima, era brulicante di persone. Quindi scoprimmo il motivo. L’odore traumatizzante della morte era dappertutto. Donne, bambini, vecchi e giovani giacevano sotto il sole cocente. La guerra israelo-palestinese aveva già portato come conseguenza migliaia di morti a Beirut. Ma, in qualche modo, l’uccisione a sangue freddo di questa gente sembrava di gran lunga peggiore »

http://it.wikipedia.org/wiki/Massacro_di_Sabra_e_Shatila

Il 12 ottobre si svolse il funerale di Stefano Gaj Taché, a cui parteciparono migliaia di persone. Il rabbino Toaff invitò l’allora presidente della Repubblica, Sandro Pertini, a non partecipare ai funerali: dopo l’attentato ci furono infatti molte accuse e polemiche da parte della comunità ebraica nei confronti del governo. Erano gli anni della guerra in Libano e della strage di Sabra e Shatila, Israele e la sua politica erano molto criticati dai politici italiani di sinistra e anche da molti democristiani. Pochi giorni prima dell’attentato il leader dell’OLP, Yasser Arafat, era stato ricevuto dal presidente della Repubblica Sandro Pertini al Quirinale e da Giovanni Paolo II al Vaticano. Gli unici a rifiutarsi di incontrare Arafat furono l’allora presidente del Consiglio, Giovanni Spadolini, e i radicali di Marco Pannella ed Emma Bonino. Due giorni dopo l’attentato il consigliere comunale romano Bruno Zevi pronunciò un famoso discorso in Campidoglio (che venne pubblicato integralmente il giorno seguente sulle pagine del Tempo) a nome della Comunità Ebraica, davanti al sindaco di allora Ugo Vetere. Zevi parlò dell’antisemitismo diffuso, accusò il ministero degli Interni di un’Italia «che manda i suoi bersaglieri in Libano per proteggere i palestinesi, ma non protegge i cittadini ebrei italiani», criticò il Vaticano «per il modo pomposo in cui ha ricevuto Arafat», i politici e i media «che salvo rare eccezioni hanno distorto fatti e opinioni». Alla fine del suo discorso Zevi disse: «L’antisemitismo è esistito per duemila anni, non dal 1948, dalla proclamazione dello Stato d’Israele. Non crediamo all’antisionismo filosemita: è una contraddizione in termini».

http://www.ilpost.it/2015/02/03/stefano-gaj-tache-sinagoga-roma-mattarella/

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