La ‘rivoluzione degli ombrelli’ e il contagio secessionista in Cina – di Andrew Korybko

Introduzione

La Cina è in preda ad una rivoluzione colorata altrettanto, se non più, minacciosa della minaccia anti-establishment affrontata nel 1989 a piazza Tiananmen. All’epoca, come oggi, individui ben intenzionati (per lo più giovani) furono coinvolti dal romanticismo rivoluzionario del momento. All’epoca si era all’imminente caduta del comunismo in Europa orientale, mentre oggi vi sono le rivoluzioni colorate, la ‘primavera araba’ (una rivoluzione colorata regionale) e il movimento Occupy. L’ultima volta, però, la scena delle attività era la capitale, e l’(irrealistico) obiettivo era porre una fine rapida e veloce al regime comunista in Cina attraverso una ‘protesta popolare’ manipolata. Quello che accade ora, tuttavia, è più sinistro.

L’ampio obiettivo strategico è avviare un perdurante serie di proteste non solo nelle altre principali aree urbane della Cina costiera, ma anche ispirare manifestazioni assai più violente nelle regioni lontane di Tibet e Xinjiang. Complessivamente, ciò ha la possibilità inquietante e realistica di avere serie e grevi provocazioni ‘violente’ del separatismo affliggere le periferie, con il rischio di porre una minaccia esistenziale al concetto stesso di ‘una sola Cina’. La ricerca è divisa in due parti, con la prima che esplora la manifestazione e i suoi gestori e finanziatori esteri. Poi si passa ai creduloni e alle masse del movimento e alla stessa ammissione dei cospiratori di averlo programmato e preparato in anticipo. Poi vi è l’esame di come la rivoluzione colorata sia commercializzata terminando con la significativa innovazione tattica dell’ombrello, provocando volutamente una repressione violenta. La seconda sezione passa alla specificità della situazione e indaga le vulnerabilità di Hong Kong a tale destabilizzazione, con la parte successiva che guarda agli obiettivi tematici e strategici generali della rivoluzione colorata, sia nazionali che internazionali. Infine, l’analisi della risposta del governo a tale minaccia, conclude l’articolo.

‘La rivoluzione degli ombrelli’
La mano nascosta della ‘rivoluzione degli ombrelli’: gli eventi ad Hong Kong seguono esattamente il modello di tutte le rivoluzioni colorate. Individui ben intenzionati vengono ingannati aderendo a un movimento volto a rovesciare le autorità con un colpo di Stato morbido (per ora). Le rimostranze legittime sono sfruttate da un nucleo rivoluzionario e le loro coorti trascinano il maggior numero di civili nelle risse usandoli come scudi umani, nella speranza che ciò possa garantire la propria sicurezza dalla repressione che alcuni cercano di provocare. È importante sottolineare che non si tratta di un movimento di protesta interno, come il reporter investigativo e analista politico Tony Cartalucci ha meticolosamente documentato. I suoi articoli dimostrano la connessione tra il dipartimento di Stato USA, la sua emanazione National Endowment for Democracy e la cosiddetta ‘rivoluzione degli ombrelli’. Come ciliegina metaforica sulla torta, per così dire, a dimostrare ciò, il pupillo e assistente di Gene Sharp, Jamila Raqtib, co-autore di un recente articolo, spiega il motivo per cui “vengono utilizzate strategie di resistenza non-violenta”. In primo luogo bisogna ricordarsi che Sharp è il padrino delle attività ‘civili’ contro i governi in tutto il mondo, e che la maggior parte delle sue opere si occupa di come rovesciare le autorità di un Paese nel mirino. La ‘rivoluzione degli ombrelli’ dovrebbe giustamente essere vista in tale ottica. Con questa mano nascosta in mente, si può capire chiaramente come dei normali cittadini di Hong Kong, con dubbi legittimi verso i loro leader, possano essere rinchiusi come bestie dagli organizzatori del movimento e strategicamente distribuiti nei “ranch dell’occupazione”. Per quando sfortunato e triste possa sembrare il paragone, proprio come l’allevatore che intende destinare al macello il proprio bestiame, così anche l”allevatore’ delle rivoluzioni colorate intende far sentire al suo ‘gregge’ il peso delle forze dello Stato con la provocazione dell”occupazione’, una motivazione che verrà approfondita.

Gli sprovveduti e le truppe
Nell’ambito della destabilizzazione, gli Stati Uniti e i loro partner mobilitano ‘creduloni e truppe’ quali rivoluzionari colorati. Lo studente che guida il movimento Scholarism è Joshua Wong, un adolescente di Hong Kong e già provocatore professionista dai rapporti stretti e discutibili con il consolato USA. Sotto le spoglie di ‘adolescente ingenuo’ ha incoraggiato migliaia di studenti di Hong Kong ad unirsi al suo movimento, ingannando tutti coloro che vi partecipano. Mentre in principio la campagna era solo volta a protestare pacificamente contro le controverse modifiche della legge elettorale, ora ordina al suo gruppo di considerare l’”atto finale” di occupare edifici governativi. Mossa sicura per forzare una risposta dallo Stato. Sparita la retorica della protesta contro la legge, la presunta scintilla originante delle proteste, spuntano le vere motivazioni delle proteste, il rovesciamento (nei loro termini ‘dimissioni’) del governatore di Hong Kong e di altri politici, come in una rivolta per il cambio di regime. In questa fase di rapida escalation retorica, non sarebbe sorprendente se alcuni attivisti iniziassero ad approvare la secessione di Hong Kong dalla Repubblica popolare cinese. Le migliaia di creduloni che costituiscono la stragrande maggioranza dei partecipanti alla ‘rivoluzione degli ombrelli’ sono lo scudo umano e il cuscinetto umano dei membri del nucleo e della coorte che organizzano la sovversione. Il gruppo più grande e più organizzato, invece, si chiama Occupy Central con Pace e Amore diretto da Benny Tai. I loro membri hanno ammesso di essersi addestrati per mesi ad evitare che la polizia li disperdesse una volta deciso di avviare la destabilizzazione. Ciò ne fa un gruppo più pericoloso dei gonzi di Scholarism, avendo il livello di militarizzazione delle rivoluzioni colorate, come i metodi violenti utilizzati ad EuroMaidan. Sebbene originariamente pianificassero la campagna per il 1 ottobre, simbolico giorno nazionale della Cina (le rivoluzioni colorate sono sempre associate al simbolismo), inaspettatamente la posticiparono di un paio di giorni apparentemente per sostenere l’attività di Scholarism. In realtà, probabilmente si attendevano che tutti fossero pronti, posticipando la data originale, al fine di confondere le autorità cinesi, con Scholarism che ancora una volta usa le sue vittime come truppe di Occupy Central, essendo Joshua Wong e il suo controllo null’altro che una scusa per fare ciò.

Gestione della percezione e ‘spaccio della democrazia’
La ‘rivoluzione degli ombrelli’ viene spacciata in modo assai specifico mascherandone i fini da cambio di regime, destabilizzazione e secessionismo. Lo slogan del ‘suffragio universale’ è fuorviante, in quanto i cittadini di Hong Kong votano comunque, e nessuno glielo impedisce. Questo in netto contrasto con i governi occidentali che addirittura proibirono ai siriani che vi vivono di votare alle elezioni presidenziali di giugno. Infatti, in alcuni di questi Paesi occidentali, in particolare gli Stati Uniti, i candidati presidenziali e governatori finiscono sulla scheda elettorale solo per il grosso sostegno finanziario che ne rende possibile la campagna. Basta invocare il sistema del Collegio Elettorale, dove gli elettori votano indirettamente il presidente, dato che sono loro gli “elettori” che mettono le schede che contano. Retorica ipocrita a parte, la ‘rivoluzione degli ombrelli’ è spacciato come movimento studentesco di giovani contrari alla burocrazia stantia del Partito Comunista. Ciò non è affatto vero, essendo la maggioranza di Hong Kong contraria ai sovversivi, come anche la CNN ha implicitamente riconosciuto attraverso la ripubblicazione di un importante editoriale del fondatore della maggioranza silenziosa. Questo gruppo è l”anti-Maidan’ di Hong Kong, e già oltre 1,5 milioni di cittadini di Hong Kong (su 7 milioni) hanno firmato una petizione che respinge Occupy Central e le sue azioni. Tale numero monumentale dovrebbe essere confrontato con le relativamente scarse migliaia scese in piazza per promuovere il cambio di regime vedendo su cosa si basa la vera democrazia a Hong Kong. Ritornando ai precedenti tentativi di destabilizzazione intenzionale filo-occidentali, circola un video dove una ragazza supplica il pubblico occidentale a sostenere i manifestanti e la ‘democrazia’. Chiamato ‘Please Help Hong Kong‘, è già stato riconosciuto dai commentatori on-line come copia carbone di ‘Io sono un ucraino‘ video diffuso da EuroMaidan, che a sua volta s’è rivelato legato alla ONG che gestiva le operazioni di propaganda ‘Kony 2012‘ e ‘Danny il Siriano‘. Chiaramente ‘Please Help Hong Kong’ è un’altra manipolazione delle informazioni provata e testata nelle precedenti operazioni di destabilizzazione.

L’ombrello come strumento dell’escalation
L’eponimo ‘rivoluzione degli ombrelli’ è dovuto all’uso di tali accessori e delle buste di plastica per deviare spray al pepe e altri strumenti di controllo della folla utilizzati dalle autorità. La maggior parte dei disinformati può ridere dell’uso di ombrelli o ammirarne l’ingegnosità, ma ciò che trascurano è che tale accessorio è in realtà strumento per un’escalation violenta e provocatrice. Innovativo ed economico nel neutralizzare lo spray al pepe come la busta di plastica usata per combattere i gas lacrimogeni, i “manifestanti” lasciano pericolosamente la polizia in inferiorità numerica e senza altra scelta che utilizzare proiettili di gomma o peggio, per pacificare le masse indisciplinate come dovrebbe essere. Le autorità cinesi hanno ora di fronte due opzioni, capitolare o l’escalation, ma ne hanno sapientemente creato una terza, imprevista, l’attendismo. Tale decisione rischiosa sarà discussa nelle conclusioni.

Piove sulla parata cinese
Ora è necessario guardare alla ‘rivoluzione degli ombrelli’ da una prospettiva geopolitica per capire meglio come s’inserisca nel quadro della grande strategia per l’Eurasia. In breve, gli Stati Uniti cercano di ‘far piovere sulla parata della Cina’ dell’ascesa globale, dirottandola e sabotandola con qualunque mezzo, comprese sovversione e suppurazione delle tendenze violente e secessioniste. Infine, attenzione deve essere rivolta al modo in cui le autorità cinesi affronteranno il dilemma tra capitolazione ed escalation.

Un facile vantaggio
Hong Kong fu riunita alla Cina nel 1997, dopo oltre 150 anni di occupazione inglese. Visto che socialmente, politicamente ed economicamente si è sviluppata in modo diverso rispetto al resto della Cina nel corso di importanti ed mutevoli periodi storici, si può vedere come abbia già formulato una propria identità distinta da quella del resto del Paese. La semi-autonomia di Hong Kong ha istituzionalizzato tale mentalità nei propri cittadini dopo la riunificazione, considerando che formalmente è un arcipelago (sia pure in prossimità della terraferma), c’è anche una separazione geografica che ne rafforza l’identità. Attraverso questi mezzi, una percentuale significativa della popolazione di Hong Kong è influenzata dall’occidente e dai suoi vari meccanismi per proiettare tale influenza (anche con la retorica ‘democratica’), assoggettando l’acquisizione della Cina unificata ad interferenze esterne estreme.

Il contagio del caos
Obiettivo principale della ‘rivoluzione degli ombrelli’ è scatenare il caos nella Cina costiera e minare e indebolire gravemente, se non rovesciare, la leadership del Partito Comunista. L’idea è di creare un ‘ariete’ per spezzare il controllo centralizzato e avviare una reazione a catena caotica che si diffonda nelle megalopoli della Cina tramite movimenti fotocopia (attivati da cellule dormienti della rivoluzione colorata o meno) e dividere il resto della società, anche se solo teoricamente il 10% della popolazione di una città è a favore della rivoluzione e il 90% contrario. Tale scissione strategica della società porterebbe al caos interno e allo scontro delle due Cina, ‘la Cina cinese’ e la ‘Cina occidentale’, con la prima a sostenere la via cinese a democrazia e gestione degli affari, mentre la seconda volta a copiare sfacciatamente l’occidente in tutti gli aspetti (come la leadership occidentalista in Russia nei primi anni ’90, con successo simile). Il risultato finale è creare altro caos per quanto sia possibile, sconvolgendo le autorità e provocando un’altra piazza Tiananmen. A sua volta, ciò può essere selettivamente manipolato dai media occidentali che sfruttano immaginario e la guerra dell’informazione. La CNN ha già evidenziato le somiglianze tra il 1989 e il 2014, e gli attivisti stessi sembrano intenti a fare lo stesso, anche innalzando la famigerata ‘dea della democrazia’ nei loro raduni. Qui le innovazioni dell’ombrello e della busta di plastica entrano in gioco. Togliendo alle autorità ogni metodo non letale per rispondere fisicamente oltre ai proiettili di gomma, le probabilità che ciò accada aumentano. Qualora la ‘rivoluzione degli ombrelli’ seguisse il modello delle rivoluzioni colorate, ci si può aspettare che ‘misteriosi’ cecchini inizino a sparare indiscriminatamente alle forze di polizia e ai civili per massimizzare il caos e provocare ulteriore panico nelle piazze; e se il tentativo di rivoluzione colorata fallisse in tutti gli altri obiettivi, l’ultimo disperato passo sarebbe sostituire piazza Tienanmen con un ancora più grande macchia alla reputazione internazionale della Cina (reale o manipolata/percepita).

Contenimento e frammentazione della Cina
Su scala ancora più grande, la ‘rivoluzione degli ombrelli’ è volta a contenere e frammentare la Cina, rappresentando una minaccia inquietante per le ambizioni internazionali e l’integrità territoriale del Paese. Per cominciare, reindirizzando l’attenzione del Paese verso le coste lontano dalle frontiere marittime sul Mar Cinese Meridionale, cercando di distrarre strategicamente Pechino in un teatro geopolitico già vulnerabile in un momento di accresciuta concorrenza e richieste contrapposte. In un certo senso, è una specifica iterazione del ‘teorema capovolto di Brzezinski’ postulato questa estate con la creazione del dilemma sponsorizzato dagli USA e imposto a Pechino del ‘danneggia facendolo, danneggia non facendolo’. Non solo, ma gli Stati Uniti hanno un ‘obiettivo difensivo’ di lungo termine nella diversificazione economica strategica dalla Cina verso i Paesi dell’ASEAN. Gli Stati Uniti sanno che il livello complesso e d’intima interdipendenza economica è una vulnerabilità che li trattiene da azioni più aggressive contro la Cina. Perciò tentano di creare una cintura di Stati cuscinetto anticinesi con l’ASEAN. Quindi, cercano di legare questi due obiettivi trovando dei modi per cui le imprese occidentali si trasferiscano dalla Cina al Vietnam, per esempio. Resta da vedere, se perdurasse all’infinito la ‘rivoluzione degli ombrelli’ come sembrava con EuroMaidan, sia solo questione di tempo prima che alcune importanti aziende occidentali lascino Hong Kong per zone più a sud. Questo è solo un piccolo sviluppo di un gioco a lungo termine, ma l’idea generale dovrebbe essere compresa dal lettore, e tale probabile tendenza va monitorata in futuro. Il balzo causato dalla ‘rivoluzione degli ombrelli’ dovrebbe diffondersi non solo nella Cina costiera (come già spiegato), ma più in profondità nel Paese. In particolare, gli Stati Uniti vorrebbero vedere le sue politiche pro-separatisti in Tibet e Xinjiang eccitate da tale movimento, sperando che ne faccia apparire gli ‘attivisti’ nelle piazze di Lhasa e di Urumqi con ombrelloni e buste di plastica. Deviando le tattiche di controllo della folla non letali delle autorità cinesi, anche loro possono provocare un’escalation che potrebbe tragicamente provocare vittime civili. Infatti, guardando da un’altra angolazione, la ‘rivoluzione degli ombrelli’ è la prima delle campagne di destabilizzazione degli Stati Uniti oltre la linea Heihe-Tengchong. Questa divisione geografica separa il Paese in due parti approssimativamente uguali geograficamente, ma con l’occidente che ospita circa il 6% della popolazione e l’Oriente con il restante 94%. L’ideale per gli USA sarebbe che la destabilizzazione venisse coordinata su entrambi i lati della linea Heihi-Tengchong, tra Hong Kong, Tibet e Xinjiang (non solo dai loro sorveglianti statunitensi, ma da collaborazionisti e organizzatori inconsapevoli in Cina), allora ciò adempirebbe parzialmente alla guerra strategica degli USA contro la Cina, sconvolgendo Pechino e riorientando l’iniziativa asiatica generale contro la Cina. Di conseguenza, tale scenario rappresenta un incubo terribilmente reale per il Partito comunista, perciò la serietà con cui affronta la ‘rivoluzione degli ombrelli’.

Tra due sedie
Così, l’analisi della risposta di Pechino alla ‘rivoluzione degli ombrelli’ assume maggiore importanza di quanto pensato, dato che il movimento, come affermato, potrebbe essere la scintilla che avvierebbe il separatismo antigovernativo nel Paese. Con gli attivisti che neutralizzano i metodi non letali di controllo della folla delle autorità tramite, con ombrelli e buste di plastica, il governo si trova ora tra due sedie, per citare un detto russo, dove né capitolazione né escalation sono preferibili. Così, come è stato già osservato, la Cina ha scelto di aspettare e vedere come il movimento si sviluppa, sperando che la maggioranza dei cittadini di Hong Kong, che si oppone alla destabilizzazione, si opponga alla rivoluzione colorata sgonfiandola. Ciò però è carico di rischi e potrebbe ritorcersi contro drasticamente, anche se nelle attuali circostanze potrebbe essere l’unico approccio ragionevole della leadership del Paese. Come ha osservato il New York Times sopra, scegliendo tale strategia il governo effettivamente cede allo slancio del movimento, che potrebbe tradursi nella sua espansione esponenziale. Tuttavia, se le autorità cinesi usassero questo periodo per arrestare il nucleo e le coorti che sostengono il tentativo di rivoluzione colorata, allora potrà abilmente eliminare tale minaccia lasciando solo una massa di civili pacifici e confusi, privi di ordini sovversivi. Il governo sembra seguire questa direzione, secondo i giornali, seguendo e sorvegliando le attività di certi attivisti, probabilmente nel tentativo di individuare e arrestare i capi segreti (non icone e spaventapasseri multimediali come Joshua Wong). Il metodo di Pechino di affrontare la crisi comporta anche un altro rischio, cioè che le folle governative che si vanno raccogliendo possano, a lungo andare, rivelarsi pericolose. Ad esempio, anche se possono essere utili nel limitare la ‘rivoluzione degli ombrelli’ salvando la stabilità di Hong Kong, in futuro potrebbero radunarsi (utilizzando le connessioni acquisite durante la loro attività precedente) per agire in modo autonomo e senza la benedizione di Pechino. Ciò potrebbe assumere la forma di proteste nazionaliste estreme e ampiamente legate alle controversie sul Mar Cinese Meridionale, interrompendo la delicata diplomazia cinese in una futura crisi. Naturalmente, il maggiore problema è la misura con cui la Cina sorveglia e influenza i cittadini (pro e anti-governativi), ma tale minaccia apparentemente lontana potrebbe diventare reale (o anche potrebbe essere diretta e istigata da forze esterne che cercano di minare la Cina) in futuro. Fondamentalmente, aprendo le cateratte degli attivisti della società civile, la Cina potrebbe anche involontariamente aprire un vaso di Pandora.

Conclusioni
La ‘rivoluzione degli ombrelli’ a Hong Kong è innegabilmente una rivoluzione colorata orchestrata dagli occidentali che cerca di sfruttare rimostranze legittime per scopi sovversivi e possibilmente secessionisti. Essa è divisa in due gruppi principali, i creduloni e le truppe, compattate per formare una massa antigovernativa ad Hong Kong. Eliminando l’efficacia dei metodi non-letali di controllo della folla delle autorità attraverso ombrelli a buon mercato e prontamente disponibili, e buste di plastica, spingono il governo a ricorrere a metodi quasi letali e ai proiettili di gomma se gli attivisti seguitano nelle minacce di occupazione. Anche se volta a creare un contagio sociale lacerando la Cina costiera e la periferia etnica, la ‘rivoluzione degli ombrelli’ riesce semplicemente a creare la percezione di un’altra piazza Tiananmen. Così Pechino si trova di fronte a un dilemma quasi ingestibile su come procedere, da qui l’approccio sperimentale ‘aspettare e vedere’. Questa è però una pausa temporanea, attivisti antigovernativi e autorità legittime probabilmente preparano ciò che sembra l’escalation inevitabile (provocata dai manifestanti), che potrebbe ben comportare una catastrofe.

Andrew Korybko è corrispondente politico statunitense di La Voce della Russia, attualmente vive e studia a Mosca, in esclusiva per Oriental Review.

Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Fonte:http://aurorasito.wordpress.com/2014/10/06/la-rivoluzione-degli-ombrelli-e-il-contagio-secessionista-in-cina/
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